Mario Draghi (foto: @360ber - Depositphotos)

Franco Esposito

Rischio Italia. Grave, gravissimo. Letale addirittura. La caduta del governo Draghi mette in una condizione di forte pericolo la possibilità di fallire gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Pnrr, del prossimo dicembre. E di perdere non solo i 46 miliardi in ballo da oggi a fine anno: 24,137 miliardi della rata legata agli obiettivi del 30 giugno e 21,839 miliardi della rata al 31 dicembre 2022. L’enorme rischio discende direttamente dalla dimissioni di Mario Draghi e riguarda l’intero piano da 191,6 miliardi.

La caduta del governo comporta purtroppo il blocco della macchina legislativa e amministrativa. Diventa di conseguenza quasi impossibile approvare nei tempi previsti alcune riforme in Parlamento. Prima fra tutte, quella sulla concorrenza. La nuova legislatura diventerà operativa non prima di metà novembre. Quando si dovrà ricominciare tutto da capo e bisognerà approvare la legge di bilancio. Il Pnrr va in pezzi.

La Commissione europea ha erogato all’Italia 24,9, dopo la valutazione positiva del Pnrr. La cifra viene erogata a titolo di prefinanziamento, pari al 13% dell’importo totale stanziato a favore dell’Italia. L’Ue ha versato la prima rata del Pnrr il 13 aprile 2022,  valutando in maniera positiva gli obiettivi che l’Italia doveva conseguire entro il 31 dicembre 2021. La rata vale 24,1 miliardi, ma l’importo effettivamente versato è di 21 miliardi, a seguito della trattenuta pari al 13% del prefinanziamento ricevuto ad agosto 2021.

Il 29 giugno il Ministero dell’Economia ha inviato alla Commissione Ue la richiesta di ricevere la seconda rata del 2022. In base al cronoprogrmma, l’Italia doveva rispettare 45 scadenze entro fine giugno per poter richiedere i 24,1 miliardi. Ventuno di importo effettivo dopo la trattenuta del prefinanziamento.

Senza il via libera a riforme prioritaria (concorrenza e giustizia) rischia di saltare l’intero piano. Bruxelles ha già fatto sapere che proprio sulle riforme fondamentali sarà intransigente. Non farà sconti. La riforma della giustizia si articola in tre riforme sul processo penale, processo civile e contenzioso tributario. Sui primi due il passaggio parlamentare c’è già stato, necessita però l’approvazione dei decreti attuativi. Il discorso vale anche per la concorrenza.

Il governo italiano ha trasmesso alla commissione Ue tutti i dossier dei 45 obiettivi previsti, nei tempi richiesti. Il governo è convinto che tutto sia in regola, come precisato e scritto nella Relazione sullo stato di attuazione del Pnrr. Relazione messa a punto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, poi congelata per la crisi di governo.

L’esame della commissione sarà particolarmente puntiglioso. Come fu quello di inizio anno. La delegazione italiana sarà tenuta a dare risposte a decine di osservazioni su tutti gli obiettivi. Sarà messo in piedi il pilastro che in molte occasione ha consentito di superare le difficoltà: la forza politica di Mario Draghi e del governo da lui presieduto. s

Oltre alle riforme principali su cui Bruxelles tiene gli occhi puntati, in vista della partita di dicembre: bisogna portare a casa 55 obiettivi legati in gran parte all’approvazione di deleghe legislative o atti amministrativi complessi. Anche se formalmente l’attività amministrativa può andare avanti, è impensabile che con un governo dimissionario i ministeri lavorino a pieno regime, come hanno fatto in questi ultimi mesi.

Il Pnrr ha imposto e richiesto l’impiego di una macchina ammnistrativa straordinaria, che non potrà essere la stessa passando da una legislatura all’altra. Passeranno mesi prima che i ministeri possano tornare a pieno regime. La domanda finale è: come accoglierà l’Ue questo inevitabile rallentamento dell’Italia? Paese che ha una scarsa credibilità, in ragione della capacità amministrativa. Come fare per avere da parte di Bruxelles un atteggiamento benevolo?

Bisognerà innanzitutto dare garanzie che il periodo straordinario vissuto in questi mesi continuerà. Ma non sarà facile, soprattutto se l’indirizzo politico del governo verrà messo in discussione. E con esso molti provvedimenti che inevitabilmente vorranno essere ridiscussi.

L’Italia è a rischio, se non rovinata.