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Goldman Sachs e Credit Suisse mettono in conto che nel secondo semestre l’Eurozona sarà zavorrata dalla forte frenata della Germania. L’incognita del gas, la corsa dell’inflazione e la sensazione che rialzi dei tassi possano far male di più in Europa che in America

di Claudio Paudice

L’economia degli Stati Uniti è ufficialmente entrata in recessione tecnica. E nulla fa credere che la stessa sorte non toccherà presto anche all’Eurozona. Anzi: Goldman Sachs l’ha già messa in conto per il secondo semestre dell’anno, innescata da una forte frenata della Germania. Mentre nell’Ue il rallentamento dell’attività industriale è in corso da tempo, scrive Goldman Sachs, quello piuttosto marcato dei servizi è stata una sorpresa, suggerendo che il rimbalzo post-Omicron nel settore è ora per lo più alle spalle. Ovviamente a pesare di più sulle prospettive dell’area euro è il drastico taglio delle forniture di gas dalla Russia, che non sono rimpiazzabili totalmente nell’arco del 2022 con acquisti di gas naturale liquefatto su altri mercati, in primis quello americano. Secondo il think tank Bruegel infatti la capacità di sostituire le forniture russe tramite il gnl ha già raggiunto il suo limite. Dopo la riduzione dell’80% degli approvvigionamenti via Nord Stream, ora attraverso la rete di gasdotti che collega Russia ed Europa il flusso complessivo di metano è calato a 110 milioni di metri cubi al giorno, contro una media estiva del 2019 di 450 milioni di metri cubi giornalieri. Di recente anche l’ottimismo del Commissario Ue per gli Affari economici Paolo Gentiloni si è spento: dopo aver a lungo invitato a non cedere al pessimismo, qualche giorno fa ha ammesso che bisogna prepararsi a ogni evenienza, recessione inclusa. Per contrastare la corsa dell’inflazione e la possibile carenza di gas, le istituzioni europee nei fatti la stanno apparecchiando: la Bce attraverso un repentino rialzo dei tassi deciso nell’ultimo Consiglio Direttivo, superiore alle attese, di mezzo punto; la Commissione approvando un piano di razionamento dei consumi di gas che porterà ulteriore distruzione della domanda.  E un’interruzione completa delle forniture di gas rimane una possibilità concreta, soprattutto durante i mesi invernali, rileva Goldman. Un arresto che che spingerebbe l’area dell’euro in una recessione ancora più severa, con un calo cumulativo del PIL reale dell’1,2%-2,7%, e contrazioni particolarmente ampie in Germania (1,7%-3,2%) e in Italia (2,6%-4,1%).

Gli Stati Uniti – In prima lettura l’economia americana si è contratta nel secondo trimestre dello 0,9%. Una crescita negativa per due trimestri consecutivi è la definizione di recessione tecnica. Tuttavia da diversi giorni la politica statunitense dibatte se si possa definire recessione o meno. Il numero uno della Federal Reserve Jerome Powell ha detto che a suo avviso l’economia americana non è in recessione in quanto continua a creare posti di lavoro. Negli States per definirla non bastano due trimestri consecutivi negativi ma viene presa in considerazione una gamma più ampia di fattori. A farlo è il National Bureau of Economic Research che valuta, tra le altre cose oltre la produzione, l’occupazione, le vendite al dettaglio e il reddito familiare.Dispute da dizionario a parte, diversi indicatori economici hanno di recente mostrato un rallentamento della ripresa. Fra questi i compromessi per l’acquisto di case, crollati in giugno di quasi il 20% riflettendo il caro-mutui causato dal rialzo dei tassi della Fed. Le richieste di sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti la scorsa settimana sono calate di 5.000 unità a quota 256.000. Il dato è peggiore delle attese degli analisti che scommettevano su quota 250.000. Il tasso di disoccupazione resta stabile al 3,6%, su livelli perciò piuttosto bassi. Ma mercati ed economisti sono alla finestra per conteggiare gli effetti della forte stretta monetaria che la Fed sta praticando nella sua guerra all’inflazione per frenare il rialzo dei prezzi più alto degli ultimi 40 anni.

Mercoledì la banca centrale Usa ha alzato il tasso di interesse dello 0,75% per il secondo mese consecutivo portandolo in una forchetta fra il 2,25% e il 2,50%. “Restiamo fortemente impegnati a riportare l’inflazione al 2%”, aggiunge la banca centrale statunitense. Il quarto rialzo dall’inizio dell’anno arriva nonostante un inizio di rallentamento nelle “spese e nella produzione. Il mercato del lavoro comunque resta solido e il tasso di disoccupazione basso”. Le nostre mosse “rallenteranno l’economia ma è necessario”, ha detto Powell.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha scritto il Comitato di politica monetaria della banca centrale statunitense, “sta causando enormi danni umani ed economici”. La guerra e gli eventi correlati, si legge ancora nelle conclusioni del Fomc, “stanno creando ulteriori pressioni al rialzo inflazione e stanno pesando sull’attività economica mondiale”. Per questo “il Comitato è altamente attento ai rischi inflazionistici”.

A pesare sulla crescita c’è anche il ruolo svolto dalle scorte di magazzino delle imprese economiche statunitensi. Dopo il Covid che ha innescato la disruption delle catene di fornitura, le aziende hanno riempito i magazzini in modo piuttosto aggressivo, attendendosi una sostenuta crescita dei consumi dopo la pandemia. La corsa dell’inflazione e le incertezze economiche legate alla guerra hanno perciò rallentato gli ordini delle aziende con eccessi di scorte in una fase che per certi versi rappresenta un colpo di coda dell’effetto economico della pandemia sulle supply chain. Il rallentamento nella corsa del petrolio è un altro indicatore chiave: nonostante l’embargo sui prodotti petroliferi russi nell’ambito dei pacchetti di sanzioni dell’Occidente per l’invasione dell’Ucraina, il prezzo del barile è tornato a scendere, sintomo che i mercati si aspettano un calo della domanda nei prossimi mesi causato dalle politiche monetarie restrittive che tutte le banche centrali stanno adottando. 

L’Europa – In ultimo la Bce che giovedì scorso ha alzato per la prima volta i tassi di interesse di mezzo punto, oltre l’attese di un rialzo limitato a un quarto di punto. La stretta monetaria causerà una distruzione di domanda anche in Europa dove tuttavia l’inflazione è sostanzialmente da offerta energetica (anche se sta lentamente diffondendosi ad altri settori) in un mercato del lavoro ancora distante dalla piena occupazione. In altre parole i rialzi dei tassi potrebbero far male di più in Europa che in America, e forse anche questa consapevolezza spiega il presunto ritardo di Christine Lagarde nell’agire sul costo del denaro. 

Intanto gli indicatori economici non sono incoraggianti. Pochi giorni fa l’indice Ifo che misura il clima fra le imprese tedesche ha segnalato una gelata delle aspettative e della situazione corrente, con un calo a 88,6 – minimo dal giugno 2020 – da 92,2, ben peggiore al previsto. Pesano i rincari energetici e la minaccia russa di un blocco totale all’import di gas. “La Germania è sull’orlo di una recessione”, ha chiosato Clemens Fuest, il presidente dell’istituto di ricerca. Per l’Italia i dati sono migliori, grazie soprattutto al mercato immobiliare, ma è chiaro che se si ferma Berlino anche Roma ne subirà il contraccolpo. A Berlino è stato disposto lo spegnimento dei monumenti, ad Hannover è vietato l’utilizzo dell’acqua calda nelle piscine ed edifici pubblici. Le incognite sono in gran parte legate alle decisioni che assumerà Mosca sulle forniture di gas al suo cliente ex prediletto. Il calo dei flussi è ormai la più forte arma economica nelle mani dei russi che di certo, come hanno dimostrato in queste settimane, non si fanno remore nel brandire e utilizzare anche pesantemente. Ne è prova la capacità inutilizzata di trasporto attraverso la rete di tubi che approda in Europa Centrale passando dall’Ucraina e che Gazprom di certo non intende riempire, pur potendolo fare.

Oltre a Goldman Sachs anche Credit Suisse prevede una recessione in Europa nella seconda parte dell’anno: “Le nostre nuove previsioni includono una crescita negativa del Pil dal 3° trimestre 2022 fino al 1° trimestre 2023, con le maggiori contrazioni in Germania e in Italia, ovvero i paesi con grandi settori manifatturieri che dipendono fortemente dal gas russo”, affermano gli analisti della banca elvetica, secondo cui, alla frenata del nostro Paese, contribuirà anche “lo stress politico interno” scaturito dalla fine del governo Draghi.

Bruxelles ha trovato un accordo tra i Ventisette membri per una riduzione condivisa dei consumi di metano se la situazione dovesse peggiorare, al netto di numerose deroghe a seconda di alcuni parametri e peculiarità di singoli Paesi. Ma il malato d’Europa in questo momento è la Germania, Paese estremamente dipendente dal gas russo e tuttavia a corto di alternative, diversamente dall’Italia. In caso di carenza, il piano europeo prevede un’azione coordinata di solidarietà per rifornire i Paesi che temono di restare a secco, una mossa volta soprattutto ad aiutare Berlino. Solo l’idea di un razionamento del metano ben prima che arrivi la stagione invernale fotografa tuttavia lo stato di profonda crisi in cui è costretta a muoversi oggi l’Europa. Molti sottolineano che Mosca non taglierà mai del tutto le forniture di gas perché le casse federali russe stanno giovando enormemente dei rialzi dei prezzi provocati dalla scarsità e dalla manipolazione dell’offerta. Al tempo stesso Vladimir Putin è certamente consapevole che se lo facesse, l’Unione Europea potrebbe implodere.