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di Giuseppe Colombo

La traccia trasversale ai dati dell’Istat sull’andamento del mercato del lavoro a giugno è quella del picco. E sono quasi tutti record positivi. Il tasso di occupazione – il numero di persone con un lavoro sul totale della popolazione – è arrivato al 60,1%, il livello più alto dal 1977, da quando cioè esistono le serie storiche dell’Istituto nazionale di statistica. Mai così tanti occupati a tempo indeterminato, quasi 15 milioni. Sono numeri che acquisiscono ancora più valore perché giugno non è stato un mese qualsiasi. È stato il quarto mese di guerra. Non è ancora un mese spartiacque nelle scelte delle imprese, insomma non si è ancora esaurito quel margine che tiene il datore di lavoro lontano dalla scelta di ridimensionare o meno il numero dei lavoratori. Ma intanto tendenze così robuste dicono che le cose stanno andando meglio del previsto, un po’ come è successo con il Pil, che nel secondo trimestre non solo ha tenuto, ma ha registrato una crescita positiva importante (+1%) rispetto ai primi tre mesi dell’anno. E, così come per il prodotto interno lordo, anche i dati di giugno del mercato del lavoro incassano intanto il recupero rispetto ai livelli pre Covid. In percentuale eravamo andati oltre il livello del febbraio 2020 già negli scorsi mesi, ora anche in termini assoluti: a giugno ci sono stati 23.070 milioni di occupati, più dei 23.026 milioni del mese precedente allo scoppio della pandemia.

Ci sono però altri picchi e questa volta la natura non è positiva. A giugno i precari sono calati di tremila unità rispetto a maggio, ma il mese scorso aveva segnato il record dal 1977 e quindi la flessione lieve non cambia il dato di fatto e cioè che il numero dei precari non è mai stato così alto in Italia. Sono 3,1 milioni. Si vedrà tra poco come il boom delle due dimensioni del lavoro dipendente – indeterminato e a termine – poggia le basi sull’erosione di un comparto che è sempre più in crisi: il lavoro autonomo. Ma torniamo al quadro generale. “Giugno, così come gli ultimi mesi, sono stati oggettivamente più positivi rispetto a quanto avevamo scommesso”, dice Andrea Garnero, economista dell’Ocse in sabbatico di ricerca, a HuffPost. “Ora – aggiunge – è da capire il motivo della resilienza dell’economia italiana, sia rispetto al Pil che rispetto all’occupazione”. L’economia italiana ha registrato una performance positiva, in linea con quelle dei Paesi del Sud Europa, mentre l’unica a soffrire, e in modo significativo, è quella tedesca. “Non è il momento di lasciarsi andare alla Schadenfreude dopo anni sul banco degli imputati – avverte Garnero – perché la nostra economia, nella parte relativa alla manifattura, dipende in parte dalla Germania, essendo noi fornitori di tante imprese tedesche, e quindi la sofferenza tedesca potrebbe arrivare da noi”.

I dati sul lavoro vanno calati in questo contesto e la prima cosa che viene spontaneo chiedersi è come mai siamo arrivati a superare i 23 milioni di occupati. Qui Garnero invita a prendere in considerazione due elementi: “A giugno c’è stato un travaso dagli inattivi agli occupati, ma bisognerà capire anche quanta parte di questo travaso è solo effetto di una cassa integrazione in riduzione”. La nuova metodologia utilizzata dall’Istat, infatti, stabilisce che un lavoratore passa dalla condizione di inattivo a occupato se torna a lavorare nello stesso posto al termine di tre mesi o più di cassa integrazione. In questo senso il boom del numero assoluto degli occupati – i 23 milioni appunto – tiene dentro di sè il ragionamento sul fatto che coabitano nuovi assunti e chi è uscito dalla cassa integrazione.

Partendo dai dati di giugno – tasso di occupazione, numero di occupati e differenziazioni tra indeterminato e a termine – si possono sviluppare alcune valutazioni su trend di lungo periodo. Il dato, qui, come si anticipava, è che aumenta l’occupazione dipendente a spese di quella autonoma. Il numero di lavoratori dipendenti non è mai stato così alto, più di 18 milioni tra pubblico e privato. “Per anni – ricorda l’economista – siamo stati intorno ai 16-17 milioni. Prima della crisi del 2008 eravamo a 17,2 milioni e quasi 18 milioni prima del Covid”. Ora l’asticella è stata superata. La maggior parte sono dipendenti permanenti (quasi 15 milioni) a cui si aggiungono i 3,1 milioni di precari. Qui è utile aprire una parentesi su giugno, in attesa di capire se questo elemento diventerà anch’esso un trend di lungo periodo. L’aumento dell’occupazione (+86mila rispetto a maggio) è trainata dagli occupati a tempo indeterminato, che crescono di 116mila unità. Dai 14,2 milioni del 2024 si è passati a quasi 15 milioni prima della crisi finanziaria del 2008 e ora siamo ritornati a quei livelli. “Questa dinamica non è così clamorosa – fa notare Garnero – perché a fronte di un numero assoluto elevato di permanenti, sopra i 15 milioni, in percentuale sono aumentati di più i precari rispetto all’occupazione permanente, dai due milioni nel 2004 ai tre di oggi”. Quello che marca un punto di analisi più forte è che in generale ci sono sempre più dipendenti a fronte di sempre meno autonomi. “La forza lavoro italiana – dice ancora Garnero – sta cambiando caratteristiche, con gli autonomi che da oltre sei milioni sono passati progressivamente a meno di cinque milioni negli ultimi anni”. Erano 4,9 milioni a giugno.

Lo sbilanciamento tra lavoro dipendente e autonomo poggia su un mercato del lavoro che deve tenere conto di un altro elemento: la demografia. Se si prende in considerazione il parametro annuale (giugno di quest’anno rispetto a giugno dell’anno scorso), i dati dell’Istat dicono che ci sono 400mila occupati in più. Sono sia uomini che donne e di tutte le classi d’età, ma la popolazione in età lavorativa si sta sempre più assottigliando. “Dietro il record del tasso di occupazione – è il ragionamento di Garnero – ci sono sì le riforme, gli incentivi e gli investimenti, ma la macchina più potente è la demografia. I numeri assoluti sono buoni e ancora migliori quando si prendono in considerazione le percentuali rispetto alla forza lavoro”. Il numero di persone in età da lavoro, tra 15 e 65 anni, è in riduzione dal 2010. In dieci anni abbiamo perso 1,5 milioni di persone. “Questi dati – prosegue – si riflettono su un tasso di occupazione più alto, scontano il fatto che mancano lavoratori perché non ci sono fisicamente, ma vediamo aumenti percentuali più importanti. L’Italia, in percentuale, lavora di più nonostante ci sia meno gente”.

C’è un’ultima caratteristica che merita di essere attenzionata: la qualità del lavoro a tempo indeterminato. “Il record dei permanenti – spiega Garnero – in parte riflette una popolazione che invecchia, non solo un miglioramento delle opportunità di lavoro stabile. I lavoratori anziani hanno più probabilità di essere lavoratori a tempo indeterminato e questo trend è in risalita”. Anche questo significa essere un Paese che si sta facendo sempre più vecchio.