Giuseppe Conte (Depositphotos)

“Draghi voleva dimettersi a tutti i costi”. “Con Grillo non c’è stato alcun dissidio”. “Abbiamo guadagnato dalla scissione con Di Maio”. La campagna elettorale estiva deve aver fatto perdere un po’ di memoria e lucidità a Giuseppe Conte, che  in un’intervista a “Radio Anch’io” su Radio Raiuno si è prodigato nell’affermare il contrario di ciò che si è verificato, nella realtà, nelle ultime tre settimane. Ma si sa, con la campagna elettorale inizia un altro mondo, dentro cui il leader dei 5 Stelle, un po’ come la bambina protagonista del celebre film francese “Il favoloso mondo di Amélie” si è rifugiato. E allora ecco le più divertenti affermazioni tratte da “Il favoloso mondo di Conte”.

“Draghi voleva dimettersi a tutti i costi, al Senato ha fatto un intervento ultimativo…” ha dichiarato Conte. Non è esattamente così. Il Movimento ha scelto di aprire ad una possibile crisi di governo non votando la fiducia sul decreto “aiuti”. Ma il premier ha fatto di tutto affinché i pentastellati restassero a far parte del governo. Fin dall’inizio, in diverse conferenze stampa ha annunciato che non ci sarebbe stato nessun governo senza la presenza del M5s. E ha sottolineato che c’erano diversi punti in comuni tra le richieste formulate all’interno del Documento consegnato da Conte al governo e l’agenda Draghi. Da parte sua invece il leader del Movimento ha affermato che Draghi non ha dato risposte sui nove punti presenti nel documento e ha accusato il premier di non aver difeso il Movimento dagli attacchi delle altre forze di maggioranza. Tra gli episodi chiave per arrivare alla scelta dello strappo è sempre stata nominata la scelta di dare poteri speciali al sindaco di Roma Gualtieri per la costruzione del termovalorizzatore di Roma, su cui però, in effetti, Draghi non si è mai focalizzato più di tanto. Persino nel suo discorso davanti al Senato Draghi ha provato ancora una volta a ricompattare il governo, a ricostruire il patto di fiducia e ad aprirsi dunque al Movimento. ”All’Italia non serve una fiducia di facciata che svanisca davanti ai provvedimenti scomodi. Serve un nuovo patto di fiducia, sincero e concreto come quello che ci ha permesso finora di cambiare in meglio il Paese. Siete pronti a ricostruire questo patto?” ha detto Draghi concludendo il proprio discorso. L’appello però non è stato colto.

“Leggo di contrasti tra me e Grillo, ma ci sono delle regole chiare anche sulle candidature e tutti i candidati dovranno condividere la nostra carta dei valori” ha affermato stamane il leader M5s. Che poi ha aggiunto: “la regola dei due mandati è fondamentale, i portavoce che si sono candidati in passato presero questo solenne impegno con i cittadini”. Eppure solo sei giorni fa i due discutevano animatamente sul doppio mandato. Conte dichiarava in un’intervista al Corriere della Sera che la regola del doppio mandato non era un diktat, e Grillo, dal lato suo – in una telefonata che però non è mai stata confermata dai diretti interessati, anzi è stata smentita da Conte – minacciava di lasciare il Movimento se si fosse toccata la regola. Alla fine la linea di Grillo sembra aver prevalso. E così alcuni big del Movimento dovranno dire addio al Parlamento. Si tratta di Paola Taverna, vicepresidente del Movimento, il ministro per i Rapporti con il parlamento Federico D’Incà, il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia, la ministra per le politiche giovanili Fabiana Dadone, l’ex sottosegretario Riccardo Fraccaro. Il posto in Parlamento verrebbe precluso anche a figure storiche del M5s, quali il presidente della Camera Roberto Fico, l’ex capo politico ad interim dei pentastellati Vito Crimi e Roberta Lombardi, prima capogruppo alla Camera. Sono già stati eletti due volte anche l’ex ministro della giustizia Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli. Via il dente, via il dolore. E via anche i ricordi, evidentemente. Il leader dei 5 Stelle dimentica poi che i dissidi con Grillo – che smentisce – riguardavano anche il simbolo del Movimento e le Parlamentarie. Il leader pentastellato infatti negli scorsi giorni, secondo diverse fonti, stava lavorando a un nuovo simbolo con il suo nome, da presentare alle prossime elezioni del 25 settembre. Nome che avrebbe sostituito, in basso, la data “2050”. Conte è stato però fermato subito da Grillo, che ha ancora i diritti sul simbolo. E poi le parlamentarie, con Conte che affermava che non ci sarebbe stato tempo per effettuarle. E Grillo che invece si metteva di traverso sostenendo che fossero imprescindibili. Sono giorni che i due capi del movimento discutono sempre sugli stessi temi – su cui peraltro si sono trovati in contrasto in passato – ma Conte ora nega tutto. Tutto fumo che si è disciolto nel giro di poche ore evidentemente.

Ma non è tutto. Conte arriva persino a raccontare che “la scissione di Di Maio dal movimento lo ha in qualche modo rafforzato” perché “rappresenta un elemento di “chiarezza” che rafforza il Movimento, rafforza chi “è stato coerente “. A smentire Conte ci pensano però i sondaggi. Secondo il sondaggio Supermedia/Youtrend, rispetto all’ultima rivelazione del 23 giugno, il partito di Giuseppe Conte, dopo la scissione di Luigi Di Maio, ha perso quasi due punti percentuali e si attestava, i primi di luglio, al 10,7. Questo però ancora prima della crisi di governo. Pensate ora, dopo ciò che è successo e dopo altre fuoriuscite importanti dal Movimento.

Il leader dei 5Stelle però ne ha anche per il Pd. “Il Pd non può mancare di rispetto ai suoi alleati e poi pensare di ritornare da noi e fare un cartello elettorale”. “Deve assumersi di fronte ai propri elettori la responsabilità delle scelte fatte, spiegare perché ha deciso di comportarsi come la Lega o Fi, spingendo fuori il M5s. Il Pd deve spiegare perché accetta Sinistra Italiana e Fratoianni che non hanno mai votato la fiducia al governo” ha detto. Confutare tali affermazioni è gioco ben facile. Fino a prova contraria è stato il M5s che ha rotto l’alleanza con il Partito Democratico, rompendo il patto di fiducia con il governo. Il segretario dem ha fatto di tutto, nei giorni più caldi dopo l’astensione dei grillini sul decreto “aiuti”, per far ragionare il Movimento  e rinsaldare la maggioranza di governo. Lo confermano le diverse telefonate intercorse tra i due prima del discorso di Draghi al Senato, il 20 luglio. Letta ha continuato a ribadire per diversi giorni che la parola chiave, per loro, era continuità e ha cercato di mediare le posizioni più intransigenti nei confronti dei pentastellati all’interno del Pd. Solo dal 21 luglio ha affermato che nessuna alleanza con il M5s era più possibile.