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di James Hansen

L’Italia, probabilmente per via del funzionamento della lingua italiana, si è—finora—largamente salvata dagli eccessi peggiori della “gender revolution” che sta divorando il discorso pubblico anglosassone. I timidi e sparuti tentativi di imporre l’impiego di asterischi a fine parola per imitare le nuove usanze della grammatica inglese non hanno  avuto un grande seguito, probabilmente perché il ruolo del genere nella lingua nazionale è troppo fondamentale per essere abbandonato o trasformato ad ogni nuovo refolo sociale.

La tendenza è nata negli Stati Uniti con il valido e perfino nobile intento di ridurre la ragnatela di pregiudizi riguardo alle molte ‘diversità’ umane. La sua rapida burocratizzazione ha però creato dei mostri linguistici, riducendo invece la comprensione e la tolleranza, ostacolando la comunicazione anziché liberarla.

È forse presto per dire che il fenomeno stia tramontando negli Usa, ma la battaglia più intensa si è da tempo spostata in Inghilterra, dove Whitehall—la pubblica amministrazione centrale britannica—ormai riconosce e impone l’uso di oltre cento possibili generi sessuali, non solo nella modulistica ma anche nelle interazioni quotidiane sia interne sia con il pubblico. Sono nati—e ne nascono di nuovi continuamente—dibattiti ‘amministrativi’ che non hanno nulla da invidiare al quesito medioevale su quanti angeli potessero danzare sulla punta di uno spillo.

È però la Scozia—una regione che gode di un alto grado di autonomia politica e amministrativa all’interno del Regno Unito—a essere arrivata all’apice  del dibattito sul gender, mettendo—pubblicamente—allo studio una proposta di riconoscere come genere sessuale gli eunuchi e di definire i ‘nuovi’ pronomi da utilizzare parlando di, e con, l’esigua popolazione di ‘castrati’ scozzesi che, a pensarci bene, presumibilmente avrebbero fatto tutto il possibile proprio per non avere un genere…

Una parte non del tutto minore delle ‘difficoltà amministrative’ da superare nel caso degli eunuchi è linguistica: come adattare a questa pur limitata popolazione la nuova grammatica ‘identitaria’ che comprende anche l’utilizzo politically correct del pronome ‘they’—‘loro’, ma al singolare. Il nuovo they dovrebbe servire a coprire la molteplicità di possibili identità sessuali presenti in ogni individuo, un concetto che si applica malamente a chi, semplicemente, nega a priori di averne una.

Il vero problema, però, è che tutta la questione risulta essere assolutamente ridicola agli occhi di una vasta maggioranza di pubblico, preoccupata invece di questioni terribilmente concrete: come affrontare ad esempio il forte aumento del costo della vita che ha recentemente visto il prezzo di un ‘pieno’ di benzina schizzare a oltre cento sterline—116 euro al cambio attuale—per non parlare di cosa succede quando si va al supermercato…

In queste circostanze, la gender revolution—per quanto sia tuttora di gran voga tra chi può permettersi il lusso di occuparsene—parrebbe cominciare a star perdendo dei colpi tra la massa degli elettori. Quanto potrà durare ancora?