Giorgia Meloni (foto depositphotos)

di Alessandro De Angelis

E allora: Calenda e Renzi, trattano, ma è ancora presto per definire un'intesa sul cosiddetto Terzo Polo. Ancora non sono chiari perimetro, condizioni, simbolo, mica i dettagli, perché Calenda non vuole e non può consegnarsi, ma non può neanche raccogliere le firme per andare da solo. E Renzi non vuole e non può rinunciare al suo protagonismo. Si sa: tra i due c'è una competizione soft, amplificata dal dato caratteriale. Ed Enrico Letta, chiuso al Nazareno con il drammatico pallottoliere dei collegi che segna numeri impietosi se dovesse andare a buon fine l'operazione centrista, incontra i vari ras e capibastone locali, come se fossero dei delegati di uno Stato straniero: posti, collegi, garantiti, sommersi e salvati col bilancino delle correnti.

Morale della favola: a dieci dicasi dieci giorni dalla presentazione delle liste, nel centrosinistra che fu ed è si parla solo di perimetri, schemi, accordi stracciati, di "chi ha fregato chi", agende che non ci sono più e agende che non ci sono ancora, come in una bolla separata dalla realtà, si chiami essa Covid, guerra, crisi, Lampedusa. Per cui non è chiaro quale sia la proposta dell'uno e dell'altro, il punto vero di combattimento su cui ci si gioca la ghirba. È evidente che per il Pd&Co il problema è più grande di Calenda, e sua volta anche per Calenda, consumato lo strappo, colpisce l'incertezza sull'approdo. Dopo una settimana di trattativa, invece di chiudere in un minuto, si prosegue con altre estenuanti 72 ore su un altro fronte.

La verità è che c'è una enorme sproporzione la tra posta in gioco e gli strumenti messi in campo per la pugna, che diventa clamorosa se si pensa che i protagonisti della tenzone sono personalità che, fino a poco tempo fa, stavano tutti nello stesso partito. E ora non riescono, rinfacciandosi torti e ragioni, a trovare una quadra di fronte a un pericolo evocato come non banale.

Neanche le preoccupazioni europee rappresentano uno stimolo per coloro che si assurgono a difensori di quei valori, nel momento in cui rischiano di essere messi in discussione. Ha ragione Alessandro Sallusti: sta facendo tutto il centrosinistra, come se fosse il dodicesimo uomo in campo della squadra avversaria, e al centrodestra basterebbe andare in vacanza per ripresentarsi il 26 settembre perché le sue contraddizioni, pur presenti dalla politica estera a un'agenda economica all'insegna del "Forza debito" (copyright Marco Zatterin sulla Stampa), sono oscurate da quelle altrui. Se non le spara troppo grosse e commette errori marchiani, è fatta. Nonostante tutto appare come una "coalizione politica", non elettorale a la carte, grazie alla quadra trovata su un assetto complessivo perché non è banale la condivisione della regola secondo cui chi arriva prima esprime il premier, essendo scontato che sul podio è destinata a salire Giorgia Meloni.

E c'è poco da fare: non tutto si spiega con l'onda populista che gonfia le vele del centrodestra. C'entra anche l'operazione politica di Giorgia Meloni, la cui forza rischia di diventare una "lezione" che interroga tutti perché contiene elementi di lungo periodo: la forza della coerenza rispetto al trasformismo governista; l'idea che il potere si conquista con il consenso elettorale e non a dispetto di esso, la capacità, arrivata al dunque, di un cambio di passo politico di cui fa parte, vedremo quanto sincero e quanto finto, il rispetto di un quadro di compatibilità necessario ambire a palazzo Chigi, dalla questione della collocazione internazionale a una narrazione per nulla conflittuale rispetto all'Europa (compreso il silenziatore sull'orbanismo). Almeno a parole sembra rispettare tutti i passaggi classici per essere legittimata al governo di un grande paese occidentale. Comunque la si giudichi, anche col beneficio del dubbio, trattasi di politica che scommette su un voto che non è solo di pancia ma conterrà un elemento di giudizio politico.

In assenza di una iniziativa uguale e contraria, anzi del fallimento delle iniziative dal campo largo a un Cln mai proposto a una vocazione maggioritaria mai riproposta, il quadro rende una pia illusione tutto il chiacchiericcio attorno alle soglie di tenuta dell'altro campo, affidata alla speranza del Pd di essere il primo partito. Scenario che dovrebbe salvare anche la leadership di Letta in caso di sconfitta, dopo una campagna tutta inerziale e per ora priva del minimo elemento di pathos. Parliamoci chiaro, è il solito ragionamento tutto teso a calmare il congresso del Pd già in atto. E che ha a che fare più con la resistenza di una nomenklatura che con la vita delle persone. Fondato sulla solita speranza che, una volta al governo, il centrodestra non reggerà e a quel punto il Pd possa tornare nei giochi, secondo lo schema seguito nell'ultimo decennio.

Se, dopo una campagna elettorale all'insegna del pericolo per la Costituzione e i rischi di tenuta democratica, le ombre russe e le ombre nere, dovesse varcare la soglia di palazzo Chigi la prima donna post-missina sarebbe la più grande novità politica della storia repubblicana recente: uno tsunami per il Cln bonsai tutto di maschietti, da Letta a Fratoianni, da Di Maio a Bonelli, da Tabacci al Terzo polo di Renzi e Calenda. Una rottura che, d'un colpo, disvela il collasso del centrosinistra italiano destinato a travolgere l'ipocrisia delle parole, gli schemi, i patti, contropatti e i calcoli dell'oggi. Più grande anche del destino del segretario che interroga il ruolo e la funzione stessa del Pd, partito che, da quando è nato, finora non ha mai vinto un'elezione ma ha sempre governato grazie a un kamasutra politico foriero di grande godimento per i protagonisti. Se ci fosse il fascismo che avanza ci sarebbe da tremare, fortunatamente c'è solo il tema della sovranità popolare con cui confrontarsi dopo: il popolo, "chi era costui?", nell'impossibilità di cambiarlo se, parafrasando Brecht, non comprende il comitato centrale.