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Franco Esposito

Prefetto e sindaco sotto accusa, alla sbarra. Pesanti le richieste del pubblico ministero al processo per la tragedia di Rigopiano, il paesino dell'Abruzzo praticamente cancellato dalla poderosa imparabile nevicata il 18 gennaio 2017 e dalla mancanza di tempestività e di competenza degli uomini. Francesco Provolo, ex prefetto di Pescara, Ilario Lucchetta, sindaco di Farindola, e Antonio Di Marco, ex presidente della Provincia di Pescara. 

Morirono ventinove persone. Gli indagati dalla procura di Pescara sono trenta, per "depistaggi e ritardato soccorso". Il pm ha chiesto una condanna a dodici anni per l'x prefetto, a tredici anni e quattro mesi per il sindaco, e a sei anni per l'ex presidente della Provincia. L'hotel Rigopiano andò interaente distrutto, e alla fitta nevicava ormai in corso da giorni si aggiunse anche una scossa di terremoto. "In venticinque anni non si èm riusciti ad avere la Carta delle valanghe", denuncia il procuratore capo del tribunale di Pescara, Giuseppe Bolelli.  

Furono appunto le valanghe la causa principale del disastro di Rigopiano. Sulla carta tutto doveva essere a posto in Prefettura. A leggere i documenti inviati al ministero dell'Interno e alla presidenza del Consiglio, una sala operativa era attiva da quarantottore. Spiega il,pm Andrea Papalia: "Le indagini hanno dimostrato in modo chiaro le falsità delle circostanze rappresentate in queste note, finalizzate evidentemente ad attribuire alla Prefettura una apparente tempestività e capaxità di intervento nell'emergenza". 

É questo il punto cruciale di una ricostruzione che vive gli ultimi passi al tribunale di Pescara. Il procuratore capo ha tenuto personalmente la requisitoria contro i tre maggiori imputati: l'ex prefetto Francesco Provolo, l'ex prsidente della Provincia Antonio Di  Marco e il sindaco Ilario Lacchetta. Il procuratore capo Bellelli ha esaminato anche la posizione di altri funzionari indagati. Venticinque in tutto. 

Le responsabilità maggiori vengono attribuite a l'ex prefetto. La Procura chiede per lui dodici anni; otto per "disastro colposo", quattro per "depistaggio". Il sindaco rischia una condanna a undici anni. E via a scendere per gli altri. Si dichiara "sgomento" l'avvocato Giandomenico Caiazza, difensore di Provolo. "Si parte da una richiesta incredibile per un presunto reato colposo. Dimostreremo che il prefetto non ha responsabilità in queste morti, ma la richiesta è il risultato di un processo a fortissima attenzione mediatica". 

La procura di Pescara ritiene in tanti  responsabili del "collasso di sistema di Rigopiano". Peggio ancora "il fallimento dell'intero sistema". Rileggendo la catastrafoe, non si parla nessuno. Proprio nessuno: i dirigenti comunali e provinciali nella gestione della viabilità, chi diede i permessi urbanistici più antichi. L'hotel Rigopiano era stato realizzato in una zona notoriamente esposta a valanghe. La Regione Abruzzo avrebbe tralasciato la vitale Carta valanghe per venticinque anni. "Evidentemente la politica valuta altre priorità", ha denunciato il pm Andrea Papalia. 

"La commissione Valanghe – ha puntualazzato il procuratore capo Belelli – fino al 2005 si riuniva regolarmente, dopo non più". Dopo quando? Impietosa la requisitoria del magistrato accusatore. "Guarda caso, dopo che l'hotel tra i monti viene ristrutturato, si arricchisce di una spa e diventa una struttura di lusso". Sarebbe quindi stato di una gravità, unica il danno agli interessi economici. Belleli parla in maniera esplicita di "clientelismo". 

Secondo la ricostruzione completata dal pubblico ministero, il comportamento della Prefettura e i successivi depistaggi servivano "a coprire gli errori". Il pm Andrea Papalia ritiene che non ci siano grandi misteri da svelare. "Parliamo di un prefetto di provincia che lascia cadere nel vuoto una richiesta di aiuto". Come voler dire, a questo siamo arrivati? Oppure, allora è vero, non c'è pià religione. 

Ancora il pm, che non intende mollare l'osso. Anzi continua a roderlo con efficace insistenza. "Che le carte siano state aggiustate non stupisce più di tanto noi della procura di Pescara. Il procuratore capo non fa sconti e neppure risparmia sulle accuse". 

Al contrario, va giù duro, durissimo. "L'infedeltà dei servitori dello Stato che depistano e sviano, rientra purtroppo nella storia di questo Paese. Nascondere la telefonata del povero Gabriele D'Angelo, far credere che la Sala operativa sia stata istituita il 16 gennaio, sta a significare che alcuni componenti dello Stato hanno tentato di fuggire dalle proprie responsabilità". 

Il quadro è chiaro, non sarebbe necessario aggiungere la dizione classica, "al netto di eventuali errori". Che non dovrebbe riguardare la procura di Pescara.

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