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di GIULIANO FOSCHINI

Ve lo ricordate Andrea Bonafede, la faccia pulita di Matteo Messina Denaro? Ecco, se la legge appena approvata dalla Camera fosse stata già in vigore lo scorso gennaio, al momento del suo arresto, di lui e della sua vita da “alias” del più grande ricercato al mondo non avreste potuto sapere quasi nulla. Se non qualche informazione di riporto. E ancora: ve le ricordate le botte alla caserma dei carabinieri Levante, a Piacenza? I carabinieri che umiliavano e derubavano gli spacciatori. E quelle alla questura di Verona? Non avreste potuto vedere una sola di quelle immagini. Leggere una intercettazione. Conoscere la faccia brutta dello stato. E ancora: l’assalto alla Cgil, il tradimento dell’ufficiale Walter Biot, che aveva svenduto i nostri segreti ai russi. Per non parlare della cronaca nera: dell’omicidio di Giulia Cecchettin conosceremmo quasi nulla, e non parliamo di morbosità ma di un racconto che ha permesso la formazione di una consapevolezza e una coscienza che hanno cambiato, si spera per sempre, la percezione di almeno un pezzo del Paese. Oppure l’omicidio di Saman Abbas: avremmo saputo tutto dell’orrore quando troppo tempo era passato.

Ecco, come avrete potuto notare in tutti questi casi — ma ce ne sarebbero migliaia da citare, ogni giorno quattro, cinque storie cruciali — non c’è nemmeno l’ombra di uno «sputtanamento mediatico» per riportare le parole dell’onorevole Enrico Costa, che sarebbe alla base della legge che vuole chiudere la cronaca giudiziaria nel nostro Paese. Ma soltanto storie di fatti la cui conoscenza ha permesso agli italiani di farsi un’idea precisa di cose importanti, di aprire dibattiti, di essere informati e dunque formati a un pensiero critico e indipendente.

Eppure se fosse stata in vigore la legge Costa avrebbe colpito anche tutte queste storie, condannando gli italiani a non sapere e i giornalisti a violare la legge per fare il proprio mestiere. Cioè informare. Tra gli esempi non ci sono, volutamente, casi di arresti di colletti bianchi. Eppure ce ne potrebbero essere anche in questo caso a centinaia: “la manzetta”, la fetta di carne travestita da tangente, che ha incassato il dirigente della Regione Puglia, Mario Lerario, plenipotenziario della lotta al Covid, per truccare gli appalti ai tempi dell’emergenza. O le storie dell’avvocato Pietro Amara, l’avvelenatore di questa Terza repubblica.

Il punto è che, quando e se la norma diventerà effettiva, oltre a non sapere si rischierà di “sapere male”.

Permettere ai giornalisti di rendere nota l’ordinanza di custodia cautelare — un atto è bene ricordarlo che passa da una richiesta di un pm ma che è firmato da un giudice — è infatti uno strumento prima di tutto a garanzia degli imputati. Perché mette nelle condizioni chi scrive e chi legge di sapere esattamente come stanno le cose: non raramente, infatti, i giudici non accolgono tutte le richieste della Procura, ridimensionano le condotte, le inquadrano secondo quelli che ritengono giusti canali. «Una norma di questo tipo», spiega Giovanni Zaccaro, segretario di Area, la corrente della magistratura finita sotto accusa dal governo Meloni, «non solo non serve a niente ma può essere dannosa: non serve a garantire la riservatezza degli indagati perché comunque la notizia dell’arresto può essere diffusa. Ma ha l’effetto di peggiorare la situazione. I diritti degli arrestati si tutelano con la trasparenza, perché non tutti i fatti sono uguali e non tutti i reati sono gravi allo stesso modo». «L’obiettivo — continua Zaccaro — dovrebbe essere quello di una sana e corretta informazione. E invece andiamo in senso opposto: le notizie e la ricostruzione dei fatti non potranno fondarsi sul dato oggettivo del testo dell’ordinanza ma solo sulle dichiarazioni, soggettive ed evidentemente di parte, degli investigatori e dei difensori».

Proprio per questo motivo alcuni uffici giudiziari — da Perugia a Brindisi, passando per Potenza — avevano stilato un disciplinare secondo il quale i giornalisti, a proprie spese, potevano richiedere copia degli atti ostensibili, cioè noti alle parti. E lo avevano fatto sulla base della legge e in particolare di una circolare del procuratore generale della Cassazione dell’aprile del 2022 che «riteneva configurabile un legittimo interesse dei giornalisti a ottenere copie di atti non più coperti dal segreto». In questo modo era possibile garantire, aveva spiegato la procura di Napoli nel 2019, guidata dall’attuale procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo «il soddisfacimento del corretto esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente garantita dall’articolo 21 della Costituzione». Tutto quello che oggi il Governo vuole mettere sotto i piedi.