di BARBARA FIORILLO
Un intervento chirurgico durato pochi minuti, una sala operatoria essenziale, una bambina di dieci anni arrivata con la vista ridotta a zero. È una storia di medicina d’eccellenza e solidarietà internazionale quella che arriva dal Ghana, dove il professor Vincenzo Orfeo, primario dell’Oculistica della Clinica Mediterranea di Napoli, e presidente di AIRO Onlus ETS, impegnato in una missione umanitaria, ha restituito la vista a Melody, colpita da una grave cataratta traumatica.
La piccola era rimasta vittima, due settimane prima, di un incidente: una pietra aveva colpito l’occhio perforando la cornea e danneggiando il cristallino. In poche ore, la lesione aveva trasformato il cristallino, normalmente trasparente, in una massa completamente bianca, annullando di fatto la capacità visiva. Melody riusciva appena a distinguere la presenza o l’assenza della luce.
Una corsa contro il tempo “Siamo stati fortunati a intercettare un trauma recente”, spiega Orfeo. Nei casi pediatrici, infatti, la tempestività è decisiva: più passa il tempo, più la riabilitazione visiva diventa complessa, se non impossibile. Dopo aver reperito un anestesista e preparato la piccola paziente, l’équipe ha agito rapidamente: dilatazione della pupilla, anestesia generale e aspirazione del cristallino catarattoso, che nei bambini è più morbido rispetto a quello degli adulti. Al posto del cristallino danneggiato è stata impiantato un cristallino artificiale. “Già il giorno dopo l’operazione la bambina teneva l’occhio aperto e iniziava a vedere”, spiega il medico napoletano. Le prospettive sono ottime: la vista potrà recuperare in modo significativo, evitando una disabilità permanente.
La dignità dei piccoli pazienti
Durante il racconto emerge un dettaglio che va oltre l’aspetto clinico. “Sono bambini piccoli, piangono perché hanno paura, ma con una dignità incredibile. Non urlano, non scappano. Restano lì, con la lacrima che gli scende sul viso”, spiega il professor Orfeo. Un’immagine che colpisce e che restituisce la misura umana di missioni svolte spesso in condizioni difficili, lontano dagli standard tecnologici occidentali. Non un eroe solitario, ma un lavoro di squadra
Il medico tiene a sottolinearlo: non si tratta di un gesto individuale. L’intervento è stato possibile grazie a un’associazione di beneficenza, l’AIRO onlus, attiva da oltre vent’anni in Africa, che organizza missioni sanitarie silenziose ma fondamentali. Dal 2004, il gruppo opera grazie a professionisti che partono a proprie spese, portano materiali, strumenti, tengono in vita sale operatorie e lavorano in collaborazione con strutture locali, come il centro comboniano di Sogakofe che offre vitto e alloggio. “È importante che si sappia che queste realtà molto difficili, esistono ancora - conclude il chirurgo -. I meriti però vanno condivisi: senza il gruppo, senza chi si sacrifica pagando il viaggio, senza chi collabora sul posto, nulla di tutto questo sarebbe possibile”. La storia di Melody non è un caso isolato. È il simbolo di quanto la medicina, quando incontra la solidarietà e la prevenzione, possa cambiare il destino di un bambino.















