Voto per corrispondenza, nei seggi o elettronico? Spoglio nei consolati o in Italia, ma in quattro diverse città? Registro degli elettori o no?  Sul voto all’estero le opzioni sono parecchie, le certezze meno.

Cioè una: metterlo in sicurezza significa tagliare le gambe a chi, ciclicamente, lo attacca per delegittimarlo ed eliminarlo del tutto. Ad interrogarsi su come fare è ancora una volta il Consiglio generale degli italiani all’estero, riunito in assemblea plenaria alla Farnesina.

Esortato dal sottosegretario Ricardo Merlo a proporre – entro novembre – un testo per cambiare le modalità di voto, il Cgie ne ha dibattuto partendo dai sette punti sintetizzati dalla terza Commissione tematica – Diritti e libertà civili – illustrati brevemente dal presidente Paolo Da Costa.

In sintesi: inversione dell’opzione con un registro degli elettori in cui iscriversi una sola volta (non per ogni singola elezione); stampa e invio dei plichi da Roma con indicazione del consolato di competenza; confermare il codice a barre introdotto quest’anno; eventuale invio del plico con raccomandata; custodia dei voti; scrutini in 4 città diverse; campagna pubblicitaria capillare.

A rappresentare la posizione della Farnesina sono stati il Ministro Roberto Martini prima e Luca Fava, capo dell’ufficio elettorale alla Dgit, poi.  Dal punto di vista dell’amministrazione i “risultati raggiunti sono buoni, ma migliorabili.  A queste elezioni sono stati inviati 700mila plichi in più rispetto al 2013”.

Nell’esercizio del voto, sono state superate anche “difficoltà oggettive” come il carnevale in America Latina che ha ridotto l’attività delle tipografie, e quelle che da anni paga la rete consolare con poche risorse e personale. La Farnesina “ha cercato di adottare nuove misure a legislazioni vigente, cioè senza modificare le norme, anche perché non c’era tempo” riuscendo a mettere insieme un “pacchetto molto completo: dal codice a barre, al maggiore coinvolgimento dei carabinieri, fino ai corrieri accompagnati per tornare a Roma con le schede votate”.

Per dire “in Venezuela è stato organizzato un volo di stato da Parigi che ha assicurato la coincidenza che ha fatto arrivare le schede a Roma”. Luca Fava ha ricordato le misure attivate dalla dgit per poi sottolineare che “la messa in sicurezza del voto ha dei costi, che devono essere messi in conto” e che, se il numero degli iscritti Aire continua ad aumentare, “questo è un sistema che rischia di non tenere”.

Si è quindi aperto il dibattito: Norberto Lombardi (Pd) ha ricordato dibattiti e polemiche che hanno accompagnato la legge Tremaglia dalla sua nascita.  Durante i lavori preparatori “si scelse il voto per corrispondenza per dare effettività a quanto previsto dalla Costituzione; già allora si escluse la possibilità di votare nei seggi e allora i consolati erano fortezze rispetto ad ora”.

Certo “il voto per corrispondenza è obiettivamente esposto, soprattutto se realizzato in 177 paesi diversi” e l’inversione dell’opzione ha mostrato di non funzionare, perché, come nel caso dei Comites, ha “abbattuto” la partecipazione. Per Lombardi è pure necessario intervenire sui plichi perché sono troppe le schede annullate per errori degli elettori che evidentemente si confondono tra buste, bustine e certificati elettorali. Da ex informatico Andrea Mantione  (Paesi Bassi) si è detto contrario al voto telematico perché non garantirebbe la sicurezza che si pensa e poi “escluderemmo gli anziani”.  Per Nello Gargiulo (Cile) i problemi nascono quando le schede lasciano i consolati: a Santiago, ad esempio, un complicato – e lento – meccanismo postale ha fatto sì che ben 10mila schede votate sono tornate in sede fuori tempo massimo.

Mariano Gazzola  (Argentina) ha ringraziato  Lombardi perché “così ci siamo ricordati tutti che il voto non è piovuto dal cielo, ma è stato frutto del lavoro di tanti”.  Posto che “il voto per corrispondenza c’è anche altrove”, Gazzola ha denunciato la mancata diffusione di alcuni dati che sarebbe utili avere dall’amministrazione per capire meglio la situazione.  Secondo Cesare Villone (Brasile) i tempi tra invio e riconsegna schede sono “troppo stretti” e poi ci dovrebbe essere “una stampa centralizzata delle schede” su cui, poi, potrebbero essere stampati già i cognomi dei candidati, per evitare ulteriori errori d. Per  Silvana Mangione  (Usa) si potrebbe capire quanto costerebbe il voto elettronico, magari con una sperimentazione, posto che sulla sicurezza il caso Usa ha dimostrato falle e pecche e che, a suo dire, “la partecipazione diminuirebbe”.

Per il vicesegretario le schede dovrebbero essere stampate in Italia, il plico no. Inoltre si potrebbe “usare la posta a macchia di leopardo, usando la raccomandata dove serve o il po box altrove”. In più “spoglio nei consolati” e “una Rubrica su Rai Italia per l’educazione civica dei cittadini”.  Eletta in Europa con il Movimento 5 Stelle, Elisa Siragusa ha sostenuto che l’attenzione sui brogli all’estero ha delle basi nella “mancanza di alcune informazioni che non consentono di quantificare la distorsione del voto. Non sappiamo rispondere a determinate domande: quanti deceduti hanno votato?  Quanti volevano votare e non hanno ricevuto plico?  Quanti hanno votato ma il plico è arrivato fuori tempo?  È per questo, secondo la deputata, che nasce la “letteratura” del broglio.

Sull’inversione dell’opzione per la deputata non bisogna prendere a paradigma l’esperienza dei Comites perché “lì il problema non è stato iscriversi nel registro degli elettori, ma che i Comites li conoscono in pochi”.  Per ovviare a potenziali scorrettezze, la deputata ha proposto di non inserire tutto il materiale nel plico elettorale: “ciò permette a chi lo ruba di utilizzarne il contenuto, si potrebbe separare il certificato elettorale dal plico dando magari un carnet una tantum a chi si registra in consolato”. Importante “la tracciabilità dei plichi non solo dai consolati, ma anche dagli elettori: si può fare con un codice a barre e costerebbe meno di 30 milioni. E comunque meno della raccomandata. Ma ragioniamo in questi termini: cosa accadrebbe se domani fossimo 10 milioni di italiani all’estero a votare?”.

Esponente del Pd, Eugenio Marino ha sostenuto che per mettere in sicurezza il voto bisogna agire su tre fasi: voto, ritorno dei plichi e scrutinio. Anche Marino ha ricordato che sul voto si è dibattuto molto nel passato: “ripartite dal dibattito del passato, in cui analizzammo tutti gli aspetti. Se abbiamo sempre ribadito il voto per corrispondenza non è per una questione ideologica, ma una scelta pratica”.  Per Marino si può anche provare l’inversione dell’opzione, “una tantum e non ogni volta” come propone la terza commissione, “non deve essere conseguenza immediata del voto, cioè serve tempo per informare i connazionali”.

Veemente l’intervento di Isabella Parisi (Germania) che ha parlato di “commedia all’italiana” su un diritto sacrosanto prima di rilanciare: “gli imbrogli partono e ritornano in Italia, non all’estero”.  Marcelo Romaello (Argentina) si è espresso a favore dello spoglio in ambasciata, “che è territorio italiano” e ha proposto la costituzione di una “commissione elettorale come quella che si istituisce per le elezioni dei Comites”.

Quanto alla campagna civica bisognerebbe “allargarla alla stampa italiana all’estero e ai media locali”. Per Tony Mazzaro (Germania) “si potrebbero imitare il sistema elettorale che funzionano negli altri paesi”.  Un richiamo all’azione quello di  Riccardo  Pinna  (Sud Africa) secondo cui è tempo di passare ai fatti per “cogliere questa occasione” proposta da Merlo.

Papais ha proposto di coinvolgere le associazioni nell’eventuale campagna educativo-informativa sul voto. Sul ricorso alle nuove tecnologie, gli esempio che arrivano dall’estero sono tanti: uno lo ha indicato Giangi Cretti (Svizzera): “pochi giorni fa, nel Cantone di Zugo hanno votato col telefono con la tecnologia blockchain“.

Il voto, ha chiosato Vignali, è “un tema centrale, che da solo qualifica la funzione stessa del Cgie”. tre le considerazioni del Dg: “costante aumento del corpo elettorale e della complessità dell’esercizio del voto; teoricamente la prossima volta gli elettori potrebbero essere un milione in più, ed è un dato con cui fare i conti, senza contare i temporaneamente all’estero e le candidature variegate, diciamo.quest’anno hanno votato dalle isole Fiji”.

Poi “le risorse. Se andrà bene rimarranno costanti, ma in questi anni sono sempre diminuite. E non parlo solo di personale, ma anche di risorse finanziarie, perché far votare 4 milioni e più di persone costa tanto”.  Terzo: “c’è una forte attenzione mediatica sul voto all’estero che penalizza l’esercizio perché da qualche caso , che pure c’è, si proietta una immagine falsata e negativa deleteria”.

Dunque la riforma è “ineludibile” ma deve essere “sostenibile nel futuro per salvaguardare questa grande conquista”. Il Documento della commissione “è un’ottima base, perché è articolato e approfondisce tutti gli aspetti del voto. Da qui partiamo per una proposta che spero possa essere accolta dal parlamento”.

(m.c.\aise)