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Sono euforici i Grillini perché – a loro dire – hanno raggiunto un risultato storico con il taglio dei Parlamentari. Ma quando andranno a discutere e probabilmente a dividersi tra le mura domestiche si renderanno conto che non hanno niente di cui gioire. In specie se analizzeranno i dati delle regionali.

"E’ un partito che non c’è più", tuona qualcuno che non è di destra. "Esultano sulla loro tomba", sibila qualcun altro. È giusto riconoscerlo. Il referendum ha dato ragione alla madre delle battaglie dei pentastellati. Però è altrettanto vero che non è una vittoria esclusiva. Il cappello sul taglio dei Parlamentari lo avevano messo tutte le forze politiche. Lo dimostra il fatto che il 97 per cento tra deputati e senatori si erano pronunciati per il sia questa drastica riduzione.

Confessiamolo: il tutti assieme aveva lo scopo di voler essere protagonisti di una vittoria demagogica. Perché nessuno voleva favorire una spesa consistente che pagava sempre Pantalone, cioè il contribuente. Così quando si è arrivati al voto del 20-21 settembre molta gente ha scritto Si sulla scheda perché era in fondo un atteggiamento di rappresaglia contro lo strapotere politico. Pensiero comune: "Diamogli addosso a questi uomini del Palazzo che guadagnano tanto senza risolvere i tanti problemi che assillano il Paese".

In questo modo i favorevoli alla riduzione hanno raggiunto il 70 per cento delle preferenze subendo comunque un calo vistoso se andiamo a vedere quello che era successo a Montecitorio e a Palazzo Madama. Ora, dunque, i Grillini esultano, ma non hanno fatto i conti con i risultati usciti dalle urne. È stato un flop disastroso per il Movimento di Grillo. I numeri dicono che in Toscana il candidato 5Stelle ha ottenuto il 7,1 dei consensi; nelle Marche l’11; in Veneto il 3,6; in Campania il 10,6; in Puglia il 10,81, mentre in Liguria in cui Pd e pentastellati avevano stretto un patto di ferro, Ferruccio Sansa è stato stracciato dal governatore uscente Giuseppe Toti che lo ha distanziato di circa 15 punti. Tra M5s e liste per Sansa Presidente arrivano al 17,5%, contro il quasi 20 del Pd.

Un risultato misero rispetto al passato. Vogliamo dunque chiamarla vittoria questa? Ora il pasticcio è grande se pensiamo che in Parlamento i 5Stelle hanno una forte maggioranza perché così aveva stabilito l’ultimo voto politico. Il che vuol dire avere nelle mani il potere legislativo che appartiene a chi non rappresenta più l’Italia. Se dovessimo fare oggi i conti ben altri sarebbero i "comandanti" del Palazzo. Che fare allora? Sono molti i commentatori che sostengono l’urgenza di andare presto alle urne per dare al Paese il suo aspetto reale. Ma di elezioni nessuno vuol parlare tra i giallorossi. Né dal Colle arriva un ritornello diverso. Così si andrà avanti con una disparità evidente tra chi comanda e chi sceglie di farsi rappresentare. Cioè fra elettori ed eletti.

A meno di singolari sorprese questo sarà l’assetto dell’Italia con i Grillini "a fare da padroni pur se il Paese ha detto più volte no al loro modo di far politica. Stando così le cose, oltre a Nicola Zingaretti, chi esce vincitore dal voto dell’altro giorno è Giuseppe Conte il quale non deve più temere attacchi dalla stessa maggioranza, né dall’opposizione. Oggi troppo debole per pensare ad una spallata. Da qui alla fine della legislatura Pd e 5Stelle dovranno mettersi d’accordo per varare una nuova legge elettorale che li metta al riparo da agguati o sortite che potrebbero ledere il loro potere. Allora, ufficialmente Luigi Di Maio esulta, ma in cuor suo sa che il Movimento è in crisi. Quando gli italiani potranno andare finalmente a votare, i 5Stelle avranno in Parlamento una parte di secondo se non di terzo piano. In compagnia di Matteo Renzi. Chi era costui?

di BRUNO TUCCI