Giuseppe Conte (Depositphotos)

Conte, cioè governo a vita? Che Giuseppe Conte resti presidente del Consiglio almeno per altri due anni dopo esserlo stato per altrettanti è il meglio o il meno peggio possibile secondo due segmenti di opinione, il primo contenuto in dimensioni, il secondo invece vasto in quantità.

Sommando quelli del Conte al governo è il meglio e quelli del Conte al governo è il meno peggio si fa maggioranza. Maggioranza un po' convinta e molto rassegnata. Ma maggioranza. Ma perché Conte? E perché lui e sempre lui premier per questa e magari anche per la prossima legislatura? Questa domanda è, per così dire, passata di mente.

Governo Conte: a M5S serviva un fiore all'occhiello della vittoria elettorale - Conte nasce alla politica quando M5S vince le elezioni. Nasce e viene presentato in società, battezzato e festeggiato come fiore all'occhiello di M5S. Serviva a M5S un professionista in giacca, cravatta e pochette. Serviva uno che facesse per M5S e a nome di M5S. Serviva uno che fosse M5S nella sostanza ma non nell'immagine. Serviva uno che risolvesse la questione Di Maio non può, Salvini nemmeno. Entrambi non potevano essere premier se l'altro era sotto. Serviva dunque una formalità.

Conte era quella formalità. Formalità timbrata e autenticata M5S. E dunque Conte fu presidente del Consiglio non poco per caso, molto per procura. Comunque fu subito premier, fu subito in cattedra di governo senza in tema di governo aver fatto neanche le elementari. Fu l'uomo nuovo, assolutamente incompetente. Infatti si auto battezzò "avvocato del popolo" nella populistica ed eterna causa: il popolo contro il governo e lo Stato. Quando glielo chiesero Conte non esitò: "Sono orgoglioso di essere populista".

Conte, premier del governo più anti Ue della storia italiana - E Giuseppe Conte fu premier. Con Salvini e Di Maio premier del governo più anti Ue della storia italiana. Sia la Lega che M5S avevano in sospetto e dispetto Bruxelles, la Ue, perfino l'euro. Ora nessuno se lo ricorda ma erano due/tre anni fa e non venti o trenta anni fa. Era ieri e il governo dell'avvocato del popolo varava con orgoglio populista populistiche leggi come Quota 100 pensioni e Reddito di Cittadinanza. Conte era il consapevole e volenteroso amministratore delegato del populismo di destra e sinistra che vivevano in convivenza di governo.

Premier del centro sinistra europeista, sempre Conte - Poi Salvini si stufa di M5S e soprattutto si inebria della sua stessa propaganda, la confonde con la realtà, vuole essere il Capitano e non solo colui che così viene chiamato. E Giuseppe Conte diventa niente meno che il premier del governo di centro sinistra che più europeista non si può. In realtà Conte resta presidente del Consiglio solo e soltanto perché nella nuova alleanza Pd-M5S quelli di M5S non reggerebbero anche un cambio di premier.

Conte era in loro quota, se si cambia premier, chi? Uno del Pd? È dare troppo al Pd. Uno con targa M5S? Il Pd faticherebbe ad accettare. Sai che nuova c'è? Teniamo Conte, diamogli solo altra parte in commedia. E Conte diventa, da avvocato del popolo che era, Procuratore Capo della Sezione Italia della Ue. Diventa il premier del centro sinistra contro il populismo sovranista.

Presiede prima uno dei governi più di destra degli ultimi decenni e poi il governo argine e baluardo alla destra. Zingaretti soprattutto assegna alla figura di Conte un compito legale istituzionale: quello del notaio che registra e certifica la fusione Pd-M5S. Conte diventa niente meno che il cardine intorno al quale ruota e gira la strategia della sinistra italiana.

Giardiniere dell'orto centrista, sempre Conte - Sinistra italiana che, mentre Conte governa, scopre che questa storia del riformismo è troppo faticosa e pericolosa. Faticosa, si perdono voti a catinelle a voler riformare la Pubblica Amministrazione o la scuola. È pericolosa, pericolosissima la strada del riformismo: spuntano alieni, briganti, invasori tipo Renzi. Renzi si prende "la ditta", il partito. E il trauma per il Pd non è ancora smaltito.

Riformismo, ma quando mai! Il Pd derenzizzato scopre affinità culturali ed elettive con M5S. Come D'Alema con la Lega quando la definì "una costola della sinistra". Ma stavolta il Pd non si sbaglia: con M5S c'è terreno comune, ampio. La cultura dell'assistenza invece della faticosa produttività, la cultura della spesa pubblica, della nazionalizzazione, la cultura dei bonus che verranno. La cultura delle gente ha sempre ragione, soprattutto quando chiede soldi e quindi facciamoci sopra un tavolo.

Ma arriva pandemia e soprattutto arriva Recovery, cioè i miliardi che ci prestano o ci assegnano a fondo perduto. Conte, Zingaretti, Di Maio e i più con loro hanno un piano condiviso: prendere i soldi all'europea e spenderli all'italiana. Prenderli giurando che saranno usati per le faticose e impopolari riforme della Pubblica Amministrazione, della scuola, della Giustizia e spenderli consegnandoli in quota parte alle varie lobby e gruppi di interesse.

Un po' di maretta tra loro c'è sulla questione di chi debba fare le parti della spartizione (la chiamano governance). Improvvido e antipatico e pure blasfemo arriva Renzi che dice l'indicibile. Dice che governando alla Conte, dicendo di sì a tutti e non cambiando i connotati a nulla, anche la ricchezza del Recovery diventerà povertà. Dice che qui miliardi verranno sprecati e dispersi. Renzi bestemmia in chiesa. Viene espulso dalla chiesa, a furor di fedeli e non solo di officianti. Rompono con lui non solo Conte, Di Maio, Zingaretti. Rompono con Renzi i giornalisti che lo trattano e citano come un pazzo scappato dalla clinica. Rompe con Renzi la pubblica opinione che tutto vuol sentire tranne che quei miliardi non è roba da spartirsi sotto forma di assunzioni pubbliche, sgravi fiscali, aumenti salariali.

Ma, espulso il pazzo Renzi, Conte diventa per necessità (quale sia la vocazione a questo punto è impossibile dire) centrista. Centrista liberale, moderato e anche un po' socialista (parole sue). Giardiniere, coltivatore dell'orto centrista da cui far nascere un gruppo parlamentare, magari un partito. Magari direttamente un partito suo, un partito di centro moderato guidato da Conte.

Premier del populismo, premier del centro sinistra, premier centrista in neanche tre anni, sempre lui, Giuseppe Conte. E ora al lavoro per restare premier per altri due. Con quale maggioranza si vedrà, magari centrista. Con quale programma chissà, magari di centro sinistra. O forse no, forse il programma di Conte è quello illustrato in sede di replica nei due rami del Parlamento: una riga, una frase, una promessa, un gettone di spesa pubblica annunciato per ogni parlamentare che aveva qualcosa da chiedere. Il governo dell'Italia minore e minima, questa la cifra e questo il programma. Ci sta, questa è la gente e questa è la classe dirigente. Alla fine, alla domanda dimenticata del perché Conte, una risposta si trova: lui premier a vita o quasi perché l'Italia minore che rappresenta non ha riserve della Repubblica, anzi non ha davvero res publica.

Lucio Fero

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