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di Franco Esposito

Una sollecitazione a sbrigarsi, prima che sia troppo tardi. Un invito a provvedere, non un ordine vero e proprio. Agiscano gli uomini di buona volontà. Se non lo fanno in tempi ristretti, la città di Foggia si ritroverà gestita, governata, comandata in toto dai clan mafiosi. In realtà sotto scacco è già in molte attività, dagli appalti ai cimiteri. L’allarme è partito dalle forze dell’ordine. L’esigenza di “sciogliere il comune di Foggia per infiltrazioni mafiose” è rappresentata in una relazione riservata.

Il comune di Foggia è al centro di accertamenti. Il ministro dell’Interno, nelle scorse settimane, ha inserito una commissione per valutare se effettivamente esistono le condizioni per lo scioglimento del comune di Foggia. Gravi le accuse. Durissime le conclusioni: “Collegamenti ambigui e discutibili di amministratori con soggetti orbitanti, se non appartenenti, a gruppi mafiosi locali”.

L’attività amministrativa del Comune sarebbe stata condizionata dai clan nei lavori pubblici, i tributi, i servizi cimiteriali, dall’appetito famelico dei clan. Lo scopo è appropriarsi del controllo di strade e quant’altro in ogni angolo della città. E in qualsiasi momento.

I clan, anche quelli che storicamente si sono sempre combattuti, avrebbero raggiunto un accordo. Un patto di ferro scellerato tra i Moretti-Pellegrino-Lanza, i Sinesi-Francavilla e i Triscuoglio-Prencipe-Tolonese. 

Da parte dell’amministrazione comunale ci sarebbe stata una “violazione sistematica degli obblighi di verifica antimafia su alcune imprese”. All’insegna del più classico, vergognoso, opaco, chiudiamo gli occhi, tanto nessuno si accorgerà mai della truffaldina connivenza. Per dirne una, e solo a mo’ di esempio, le assegnazioni delle case popolari sarebbero stare gestite direttamente da alcuni uomini del clan. Azioni senza alcun limite alla spudoratezza e dell’arroganza. Colpevole principale il Comune, accusato di “continui mancati controlli”.

Il malaffare imperante nel comune centrale di Capitanata. I politici, a quanto pare, si spartivano le case popolari e le elezioni a consiglieri e assessori. Le rivelazioni di un pregiudicato, oggi detenuto, sistemano in una posizione di chiara difficoltà anche il sindaco di Foggia, Franco Langella. Non saltimbanco della politica, ma qualcosa di simile. Già di Forza Italia, oggi uomo di fiducia di Matteo Salvini in Puglia.

I membri nominati dal ministro degli Interni hanno stilato un documento forte. Uno stralcio indica che “l’attività amministrativa è condizionata dalla criminalità organizzata mafiosa foggiana nei delicatissimi settori dei lavori pubblici, della gestione dei tributi, dei servizi cimiteriali e di videosorveglianza”. Il quotidiano La Repubblica è riuscito ad accedere alla relazione riservata. Uno scoop giornalistico molto significativo.

In parole povere, ma nette, gli amministratori comunali foggiani si sarebbero legati ad imprese contigue ad ambienti mafiosi. Vengono ritenute “gravi le omissioni nell’attività di verifica e controllo su settori delicati come l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica”. A pesare il tutto su una corretta bilancia, se non siamo al dominio totale manca davvero poco. L’impressione netta è suffragata dal fatto che ci fossero “infiltrazioni mafiose nell’attività amministrativa attraverso la colleganza con impiegati comunali”. Il marcio a tutti a livelli.

Alla relazione hanno lavorato Guardia di Finanza, polizia, carabinieri e la Dia. Ricostruiti gli ultimi anni della criminalità organizzata a Foggia. E i collegamenti e le connivenze dei clan con alcuni esponenti della politica. Necessita però chiarire, per correttezza cronistica, che nessun amministratore comunale risulta indagato. Ma il lavoro degli inquirenti è finalizzato alla ricostruzione dei rapporti che i politici hanno instaurato con uomini e donne di malavita. E la capacità di influenza che essi sono in grado di esercitare.

Il quadro comunque è questo. Il sindaco Franco Langella, alle elezioni Regionali del ’91, pare abbia goduto dell’appoggio dei Piserchia, pregiudicati per reati in materia di traffico di stupefacenti. Ma avrebbe fatto anche di peggio: mai nascosti legami di parentela con persone ritenute vicine ai clan locali. La consigliera comunale Erminia Roberto, ex assessore, ex Lega e ora in FdI, avrebbe incontrato uno del clan Francavilla durante una seduta del consiglio comunale. In quella occasione, il mafioso le chiese conto e ragione di una mancata promessa. “Se noi siamo mafiosi, senza offesa, la mafia è politica. Poi veniamo noi”.

Liliana Iadarola, ex Lega e oggi in FdI, consigliere comunale, è la compagna del pregiudicato Fabio Delli Carri. E con lui parla “dell’appalto per il sistema di videosorveglianza che il Comune vorrebbe installare”. Delli Carri chiede all’assessore compagna di vita di intercedere presso il sindaco. “Lui quando dà la parola la mantiene”. I clan non hanno mai smesso di lavorare per il Comune, malgrado le interdittive antimafia che il superpoliziotto Raffaele Grassi, prefetto di Foggia, ha adottato come “strumento principale di aggressione ai capitali illeciti”.

Alcune società hanno ricevuto interdittive antimafia, ma se ne sono fregate. Hanno continuato a lavorare per il Comune. In molteplici campi, semafori, cimitero, tributi. La società Ctm farebbe capo al clan Triscuoglio. Non si è minimamente preoccupata per il diniego all’iscrizione per la white list. Perché il Comune ha omesso per sei mesi di chiedere i documenti. Normale a Foggia: l’amministrazione comunale ha convissuto con un chiaro pensiero, quello di lasciar fare agli amici dei clan. Pare abbiano avuto mano libera per decenni su quasi tutto.