Non è facile capire perchè, oggi, i nostri vicini di casa, si trovano in una situazione veramente drammatica. Ieri, in Argentina, i contagi hanno superato i 37.000 e i deceduti sono stati 750, cifre spaventose che hanno superato quasi tutti i paesi del mondo nel peggior momento, senza dimenticare che il tasso di contagio ha raggiunto il 35%, ossia, di 100 test, 35 sono positivi, uno sproposito! In alcune regioni sono arrivati al 70%!

I poveri sono quasi il 45% della popolazione e l’indigenza è per il 26% degli argentini, ossia che una percentuale cosí alta non la capacità di avere una dieta minima per sopravvivere.

In mezzo a questo caos, la famosa “grieta”, qualcosa come la crepa, invece di cedere, si è profondamente rinforzata, tant’é vero che il Presidente Fernández (non si sa quale dei due, se Alberto o Cristina) hanno dichiarato la guerra al “Jefe de Gobierno de la Ciudad Autónoma de Buenos Aires” Horacio Rodriguez Larreta, del Pro, il partito fondato da Mauricio Macri.

Secondo le leggi federalistiche argentine, ogni stato o, in questo caso, una cittá e per giunta la capitale del paese, hanno in certi settori, piena autonomia, potendo contestare anche un decreto presidenziale, chiamato, in Argentina DNU (Decreto de Necesidad y Urgencia). Alberto Fernández, che aveva paralizzato in pratica il paese durante quasi tutto l’anno 2020, provocando la chiusura della metà delle ditte argentine e mettendo sul lastrico milioni di persone, di fronte alla recente esplosione dei contagi a Buenos Aires, aveva ordinato 3 settimane fa, attraverso un DNU, la sospensione delle classi in tutti i livelli, mentre Rodriguez Larreta, basato su studi scientifici richiesti, non voleva chiudere le scuole, anche perchè, in pratica, tutti gli studenti, avevano perso l’intero anno 2020, dato che, ancora, non è bene organizzato il sistema di classi a distanza, per esempio, come in Uruguay.

Rodriguez Larreta ha intrapreso la via della giustizia ed  ha chiesto l’opinione della Suprema Corte di Giustizia che, dopo due giorni dalla richiesta, ha dato la ragione al Governatore di Buenos Aires e torto al Presidente della Repubblica.

Questo ha provocato l’ira del governo e dello stesso Alberto Fernández, che non ha esitato a considerare i membri della Suprema Corte, come una specie di assassini difronte all’esplosione dei contagi. Molti rappresentanti del governo hanno reagito peggio, con insulti all’opposizione e alla SCG, senza peró poter impedire che i bambini delle elementari fossero presenti nelle aule delle loro scuole.

Sappiamo che questa maledetta pandemia ha svegliato i peggiori difetti e le reazioni politiche più meschine da parte delle opposizioni di ogni paese, ma mai come in Argentina, una  nazione che, da quando il Generale Perón e poi il Peronismo, hanno preso le redini, è cresciuto del 10%, praticamente in 70 anni, quando il mondo è cresciuto in media del 100%. La situazione è purtroppo giunta a un bivio. Aldilà delle decisioni indovinate o meno del governo kirchnerista, l’Argentina è spaccata in due. Mentre la popolarità di Cristina Fernández de Kirchner è scesa al 24% e quella dello stesso Presidente Alberto (l’altro Fernández) non supera il 40% e in continua discesa, il paese non ha un’opposizione molto solida. La presidenza di Mauricio Macri ha portato il paese all’ennesimo default tecnico, dopo la seconda presidenza di CFK che aveva lasciato il paese con un debito esterno e interno agghiaccianti.

L’Argentina è uno dei paesi più ricchi del mondo: ha petrolio, gas naturale, soja, carne, insomma potrebbe essere persino autosufficiente, ma, da 74 anni, ossia dalla prima presidenza di Juan Domingo Perón (discendente di italiani) non è più cresciuta. Ha avuto crisi terribili ogni 10 anni, default e tutte le “pesti” che mi vengano in mente, mettendo in evidenza l’incapacità cronica di governare dei leader politici dall’anno 1945. Pensare che nel 1920 fu chiamata “Il Granaio del Mondo” e raggiunse il quarto posto come potenza mondiale e un secolo dopo, è nel posto 66. È anche un paese con molto sangue italiano e tutti abbiamo la speranza che, un giorno, non molto lontano, l’Argentina possa recuperare quello splendore di un secolo fa.

STEFANO CASINI