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Di CRISTOFARO SOLA

Cosa accade alla Lega? Qualcuno li chiama scricchiolii, per altri è l’inizio di una frana. Alla Camera dei deputati, 51 parlamentari leghisti (oltre ai 12 assenti giustificati) non si sono presentati in Aula a votare la fiducia al Governo Draghi, posta sul secondo Decreto Green Pass. A marcare visita è stato il gruppo dei fedelissimi salviniani, contrari all’estensione illimitata della certificazione sanitaria Covid free. Ma non è l’unico segnale del parossismo che anticipa la deflagrazione. L’eurodeputata Francesca Donato ha lasciato il partito, denunciandone l’appiattimento sulle decisioni di Mario Draghi in materia di contrasto alla pandemia. Nell’occasione, ha lanciato un’accusa velenosissima all’indirizzo del “Capitano”: nella Lega non è Matteo Salvini a comandare, ma Giancarlo Giorgetti. L’agosto scorso c’è stato il “caso Durigon”, il sottosegretario leghista all’Economia che aveva proposto di intitolare i giardinetti pubblici di Latina ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. In quella circostanza non è stata soltanto la sinistra a chiederne la testa. L’ala nordista, guidata da Giorgetti, ha preteso che il “burino” Claudio Durigon si facesse da parte. E così è stato. Tali “contrattempi” potrebbero essere giudicati ininfluenti rispetto alla tenuta complessiva del partito; si potrebbe perfino pensare che siano fisiologici per una comunità politica articolata in una pluralità di anime e sensibilità diverse. Argomentazione consolatoria che tuttavia non rispecchia ciò che invece si sta muovendo nella coscienza profonda del movimento leghista. Il punto politico lo ha centrato, sebbene in malo modo, l’eurodeputata Francesca Donato. Dire, infatti, che oggi a comandarla sia Giorgetti e non Salvini è gossip. Cionondimeno, è in atto nella Lega un’ampia manovra di riposizionamento strategico il cui principale ispiratore è Giancarlo Giorgetti. Ora, ci sta che una forza partitica presente attivamente nel Paese possa correggere in itinere alcune scelte programmatiche assunte in passato. Non è disdicevole adeguare la propria offerta politica alle istanze emergenti dal tessuto sociale, ma il percorso imboccato dalla dirigenza leghista è qualcosa di più di una correzione di rotta. La strada intrapresa allontana la Lega da quel progetto sovranista sul quale Matteo Salvini ha fondato la sua ascesa nel consenso degli italiani. Ciò che sta accadendo in casa leghista è qualcosa di già visto con i Cinque Stelle. Con quali risultati? La perdita di credibilità e, con essa, il disperdersi del capitale elettorale conquistato alle politiche del 2018. Perché a Salvini e ai suoi non dovrebbe toccare la medesima sorte che ha colpito Luigi Di Maioe compagni? Il grande merito del “Capitano”, che solo un’opposizione incattivita ha sprezzantemente ridotto a un successo comunicativo, è stato quello di ricomporre sotto l’ombrello della Lega un blocco sociale. La proposta “sovranista”, superando i conflitti di classe e la divisione Nord-Sud alimentata da un’idea antica di sviluppo dell’economia del Paese a due velocità, ha avuto il pregio di raggiungere trasversalmente la società. Il denominatore comune su cui è stato costruito il paradigma salviniano ha puntato al riscatto nazionale, declinato nei termini di riappropriazione identitaria di una storia e di un destino comunitari. Le parole d’ordine vincenti lanciate dal segretario leghista hanno restituito un ordito unitario e coerente di visione della società. Da “prima gli italiani” a “padroni in casa nostra”; da “locale è bello” alla lotta senza quartiere alla mondializzazione; dalla battaglia per il rilancio della manifattura italiana alla guerra alla finanziarizzazione dell’economia; dal no al saccheggio industriale alla contestazione ai burocrati di Bruxelles. Condivisibili o no, su queste parole d’ordine la Lega ha ampliato il suo consenso fino a essere nelle urne delle Europee del 2019 il primo partito italiano. Il territorialismo bottegaio che aveva caratterizzato il movimento padano della prima ora – quello di Umberto Bossie di “Roma ladrona” – è stato spazzato via dallo spirito organicistico della weltanschauung salviniana. La sintesi sovranista ha consentito alla Lega di assorbire le contrapposizioni di classe tra padroni, piccoli e grandi, e lavoratori, stabili e precari, disoccupati e pensionati, giovani e vecchi, per ricomporne le istanze all’interno della medesima comunità partitica. Un’impresa riuscita in passato soltanto alla Democrazia Cristiana. Oggi la spinta propulsiva si è esaurita e la Lega sta tornando a privilegiare la rappresentanza di gruppi sociali e territori dagli interessi fortemente parcellizzati. Può essere che Giorgetti abbia ragione nel sostenere in totol’azione di governo di Mario Draghi, ma su questa china la Lega torna a essere il movimento asfittico che vince in alcune regioni del Nord ma che su scala nazionale rimedia uno striminzito 6-8 per cento, giacché non potrà più contare sul voto dei tanti – quelli che il professore Giulio Sapelli chiama il “popolo degli abissi” – che non si sentono ascoltati e debitamente sostenuti dal “sistema”. Salvini aveva conquistato la fiducia del mondo dell’impresa; Giorgetti si pone come “l’uomo di Confindustria” all’interno del Governo. Che non è di per sé una bestemmia, ma è sicuramente un passo indietro dal punto di vista della rappresentanza degli interessi diffusi. La spaccatura sul Green pass è stata il prologo della guerra che sta per scatenarsi nella Lega, l’epilogo si avrà con il Decreto sulle delocalizzazioni. Negli anni, il più convinto sostenitore di una pesante azione sanzionatoria contro le imprese in fuga dall’Italia è stato il “Capitano”. Ricordiamo le sue intemerate contro il saccheggio industriale a cui è sottoposto il nostro sistema produttivo e le sue devastanti ricadute sui livelli occupazionali. Oggi le cronache raccontano che sul Decreto anti-delocalizzazioni messo a punto, tra l’altro con contenuti sanzionatori annacquati, dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, con la collaborazione della viceministra (contiana) allo Sviluppo economico, Alessandra Todde, il ministro Giancarlo Giorgetti si sia messo di traverso per ostacolarne l’approvazione. Ora, non stiamo a discutere dell’utilità del provvedimento, ma la virata pro-multinazionali è la sconfessione in radice della costruzione ideologica impostata da Salvini, oltre che un insperato regalo alla sinistra demo-contiana che si riappropria di un tema di forte impatto presso l’opinione pubblica. Nessuna sorpresa, quindi, se alle prossime tornate elettorali il consenso alla Lega dovesse ritornare sotto le due cifre, con un colpo mortale alle aspirazioni della coalizione di centrodestra di raggiungere la maggioranza nella prossima legislatura. Liberissima la nomenclatura leghista di cambiare rotta rispetto al recente passato. Tutto è legittimo, tutto è possibile a patto che i protagonisti di questa vicenda siano pienamente consapevoli delle conseguenze. Come evitare il peggio? Non serve a Salvini postare sui social le foto che lo ritraggono in atteggiamenti affettuosi con gli ispiratori del riposizionamento strategico della Lega. Serve un confronto a viso aperto e il luogo naturale per mettere in chiaro le cose in un partito c’è: si chiama congresso. Il “Capitano” farebbe bene a pensarci.