Mario Draghi (foto Depositphotos)

Destra, sinistra, sindacati: Draghi non cede e tira dritto. Da questa mattina, venerdì 15 ottobre, scatta l'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro (pubblico o privato). Per ottenerlo occorre aver completato il ciclo vaccinale. Chi non è disponibile a farsi inoculare il siero o non ha contratto il virus (e dunque non ha acquisito l’immunità alla malattia), ha un'unica possibilità: sottoporsi a tampone da presentare ogni 48 ore (72 per i molecolari). Il che significa dai due ai tre tamponi in media ogni settimana. Alternative? Non ce ne sono. Chi si reca in ufficio o al cantiere senza “lasciapassare” incapperà nelle sanzioni previste dalla legge. Ancora ieri, per la verità, i sindacati, ricevuti dal premier a palazzo Chigi, hanno provato a strappare un differimento dell'entrata in vigore del green pass, chiedendo che potesse slittare almeno fino a fine mese. Niente da fare: il capo dell'esecutivo ha rispedito al mittente la richiesta, confermando la “dead-line” di questa mattina. Al massimo, come ha rivelato la Cisl "il governo sta comunque valutando la riduzione del costo dei tamponi". Su questo, sì. Si può ragionare. Ma sul green pass nessun passo indietro: da oggi esibirlo diventerà obbligatorio. Se ne facessero una ragione no vax, no green pass e quanti, dai rispettivi schieramenti politici, provano a tirare per la giacca il presidente del Consiglio. Risultato: tutti a correre (almeno quelli che hanno deciso di non vaccinarsi) nelle farmacie e nei laboratori di analisi cliniche per sottoporsi al test anti Covid. E che ci sia stata una vera e propria “valanga” lo certificano i dati. Pensate il 13 ottobre scorso, in un solo giorno, sono stati seguiti 200 mila test. E sempre in un solo giorno, tra vaccinati e “tamponati”, sono stati scaricati 563 mila green pass! Una corsa, insomma, a mettersi in regola, a conferma di come non sempre la piazza, con le manifestazioni di protesta organizzate nei giorni scorsi contro l'obbligo del lasciapassare, fotografi con esattezza la reale percezione del “problema”. Verrebbe voglia di dire che Draghi ci ha visto giusto a non mollare. Che l’ex “numero uno” della Bce, poco sensibile – lui che politico non è – alle sirene dei partiti, agli appelli dei vari Beppe Grillo, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Enrico Letta e Giuseppe Conte, abbia deciso di tirare dritto per la sua strada, ritenendo quella l'unica percorribile per traghettare fuori l'Italia dalle sabbie mobili in cui l'ha precipitata la pandemia. I numeri di queste ore sembrano dargli clamorosamente ragione. La gente protesta? Va in piazza per urlare il proprio dissenso contro la certificazione verde? Vero. Però poi si mette in coda in farmacia per sottoporsi al tampone, oppure si reca nei centri vaccinali per farsi inoculare il siero. “Ma non ha scelta, non può fare altrimenti” obietterà qualcuno. Certo. E’ così. Ma neanche sceglie di mettersi di traverso, minacciando sfracelli a destra e a manca. Insomma: piaccia o non piaccia, Draghi ha vinto anche questa volta. La gente protesta ma poi si mette in regola.