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DI SILVANA MANGIONE

Dalla data dell’inaugurazione del Teatro alla Scala di Milano, nel 1778, la stagione operistica si apre il 7 dicembre, giorno in cui la Città festeggia il suo patrono, Sant’Ambrogio, tedesco di nascita, che il 7 dicembre del 373 fu nominato arcivescovo pur non essendo ancora ordinato prete. Quest’anno, la nuova direttrice di RAI Italia, Roberta Enni, ha felicemente deciso di mandare in onda in diretta la prima scaligera per la quale è stato scelto il Macbeth di Giuseppe Verdi, diretto da Claudio Chailly, con la regia di Davide Livermore e design di Ciò Forma. In attesa di questa nuova messinscena, ho ricordato con infinita emozione un Macbeth datato 7 settembre 1976, diretto da Claudio Abbado, con regia di Giorgio Strehler e design di Luciano Damiani, al Kennedy Center di Washington, D.C. come parte del regalo dell’Italia alla celebrazione del bicentenario della nascita degli Stati Uniti.

Al Kennedy Center l’Italia aveva già donato il marmo bianco delle pareti e dei pavimenti del grande complesso per le arti dello spettacolo nella Capitale. Molti non sanno che oltre alla laurea in giurisprudenza ho conseguito un diploma di regia televisiva e teatrale, a suo tempo conferito dall’Antoniano insieme alla RAI di Bologna, al termine di tre anni di durissimi studi, e che ho fatto i miei primi passi al Teatro Comunale di Bologna come assistente alla regia di Dado Trionfo per Il Cavaliere della Rosa di Richard Strauss. A Washington avevo già lavorato al Kennedy Center come liaison con il Piccolo Opera di Roma.

Quando fu concordata fra i due Governi la tournée della Scala, l’allora Direttore esecutivo, Martin Feinstin, mi chiese di fare da raccordo fra i due enti. Il sovrintendente del Teatro alla Scale era Paolo Grassi. Quattro le opere in cartellone: Macbeth e Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi, La Boheme di Giacomo Puccini e la Cenerentola di Gioacchino Rossini. La Scala aveva portato non soltanto l’orchestra e il coro, ma anche tutte le maestranze e scoprì subito che il sottopalco non offriva la stessa possibilità di allestire intere scene e farle salire fino al palcoscenico. Per salvare la situazione, i nostri costruirono di corsa un sipario per velare il cambio scena fra l’assassinio di Banquo e il banchetto di corte. Nella tarda mattinata della prima, il Maestro Abbado aveva fatto le prove della Messa di Requiem di Verdi, che sarebbe stata presentata tre giorni dopo. Per accomodare l’orchestra senza smontare le scene era stato sollevato il golfo mistico a livello del palcoscenico.

Finita la prova avevamo pregato il Direttore tecnico del Kennedy di riportare in basso il piano della buca d’orchestra, ma per tutta risposta avevamo ricevuto un sorriso e il commento che gli USA erano tecnicamente molto più avanzati di noi e ci sarebbe voluto meno di un minuto per rimettere a posto tutto elettricamente. Al nostro ritorno, in abito da sera, perché la cabina di regia era allora in fondo alla platea, avevamo trovato il golfo mistico ancora sollevato. Alle ripetute insistenze che si procedesse a calarlo, la stessa risposta seccata e nessuna azione. La Scala è famosa per la sua puntualità. L’opera doveva andare in scena alle 8:00. Il pubblico stava cominciando a entrare in sala. Alle 8:00 meno 10 la buca era ancora su. Alle 8 meno 5, in rappresentanza del marito Giovanni Leone, allora Presidente della Repubblica, era arrivata Donna Vittoria Leone, bellissima in un abito da sera rosso firmato da Valentino e il pubblico l’aveva accolta con un applauso. Ma il golfo mistico non accennava a scendere.

I minuti passavano, le 8:00, le 8:05, le 8:10. Le 8:20 e la buca era ancora su. Il brusio in sala cresceva di intensità, le luci erano ancora accese, l’orchestra non poteva prendere posto, la tensione montava oltre misura. Non si aveva alcuna notizia di quello che stava succedendo. Finalmente, alla ribalta è apparso Martin Feinstin che, visibilmente imbarazzato, ha dichiarato che la perfetta tecnologia USA aveva fallito e quindi si doveva ricorrere  alla forza bruta. Apparvero subito le maestranze dei due Paesi, che cominciarono a saltare su e giù ritmicamente per spezzare i fermi, che si erano incastrati negli alveoli laterali nel momento in cui il Direttore tecnico aveva fatto tutto da solo, senza  chiamare il macchinista specializzato. per risparmiare 100 dollari. Macbeth fu un enorme successo non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello scenico, così come le altre tre opere.

All’epoca il Kennedy Center e il Metropolitan di New York volevano dimostrare di essere superiori alla Scala, vale a die il miglior teatro d’opera del mondo. David Nash, il Direttore tecnico, combinò altri pasticci, fra cui uno che poteva finire in tragedia e Paolo Grassi convocò i dirigenti e lo staff del Kennedy e chiese formalmente che lo licenziassero. Prima di andarsene, lo stesso Nash tentò di imporre che alla  fine dell’ultima opera tutti i famosissimi cantanti che si erano esibiti venissero sul palcoscenico vestendo i rispettivi costumi delle quattro opere, per cantare, se ricordo bene, i due inni nazionali. Paolo Grassi ovviamente non era d’accordo e ci sussurrò istruzioni del tutto diverse.

I ringraziamenti per gli applausi al Simon Boccanegra furono fatti a sipario chiuso, mentre all’interno i nostri macchinisti smontavano a tempo di record quinte e fondali. Il sipario si riaprì per mostrare il palcoscenico nudo, con le luci di servizio. Tutti noi eravamo schierati, con il vestiario da lavoro macchinisti, elettricisti, guardarobiere, trucco e parrucco, attrezzisti e coro, mentre i cantanti e il personale al vertice erano in vestito da sera, Paolo Grassi al centro insieme a Feinstin.

Claudio Abbado dal podio diede il la e tutti noi, tenendoci per mano, cantammo “Va pensiero” del Nabucco di Verdi, il pianto della nostalgia di un popolo disperso, nel nostro caso la comunità italiana in USA. Finita l’ultima nota, nel teatro scese un silenzio profondo, che durò un’eternità. Poi, all’improvviso, gli spettatori balzarono in piedi, come un corpo solo, in una standing ovation, che continuò per un tempo infinito. Più loro applaudivano più noi stessi li applaudivamo con gli occhi pieni di lacrime e un enorme impeto di affetto fra i cittadini dei due Pesi. Questa è la nostra Italia, ovunque si trovi.