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di Maurizio Delli Santi

L’ultimo monito è venuto da Papa Francesco nell’incontro con i 183 ambasciatori accreditati in Vaticano: “I vaccini non sono strumenti magici di guarigione”, ma dove sono stati usati hanno funzionato, perché “il rischio di un decorso grave della malattia è diminuito”. E per il pontefice bisogna garantirli ai Paesi più poveri: “Le organizzazione mondiali del commercio e della proprietà intellettuale adeguino i propri strumenti giuridici, affinché le regole monopolistiche non costituiscano ulteriori ostacoli”. Il tempo di Omicron come ultima variante del Covid non è durato tanto. Nel Sud della Francia l’Istituto Ihu Méditerranée Infection di Marsiglia ha battezzato “Ihu” una nuova variante con 46 mutazioni individuata in un soggetto rientrato dal Camerun. La questione è nota: “Nessuno è al sicuro finché tutti non sono al sicuro”, ha affermato Seth Berkeley, responsabile della Global Alliance for Vaccines and Immunisation, l’ente attuatore del programma Covax per la diffusione dei vaccini che coinvolge governi, istituzioni, donatori privati e fondazioni, tra cui la Fondazione Bill & Melinda Gates.

In altri termini, la scarsa diffusione dei vaccini nei paesi meno ricchi, specie nel continente africano, favorisce le condizioni perché le varianti assumano ancora altre mutazioni, e si diffondano nel mondo. Sullo sfondo vi sono sicuramente le difficoltà del continente africano, ove le distanze e i territori impervi ostacolano la conservazione dei vaccini e la diffusione degli hub vaccinali. Per non parlare della scarsa propensione al vaccino della popolazione nei difficili contesti locali. Certo è che l’Organizzazione mondiale della sanità, se ha ragione d’essere, ma anche le Nazioni Unite, il Fmi e il Wto, hanno il dovere di dare una risposta concreta: che si tratti di calmierare i prezzi o sospendere i brevetti dei vaccini, oppure di concedere almeno licenze temporanee di fabbricazione – come sostiene l’immunologo Silvio Garattini dell’Istituto Mario Negri – ovvero di intensificare la campagna delle donazioni di Covax, e di intervenire ancora sulla riduzione dei debiti sovrani, per l’Africa occorre ricorrere ai rimedi, pensando anche a trasporti arei organizzati o al trasferimento di tecnologie e know how per superare i problemi logistici.

Intanto, anche i sostenitori della validità del sistema dei brevetti per incentivare la ricerca si stanno ponendo alcuni interrogativi sui surplus realizzati da Big Pharma. Una ricerca del Journal of the Royal Society of Medicine ha ricostruito i costi di produzione dei vaccini, che oscillano per ciascuna dose dagli 0,5 dollari di AstraZeneca, 1,8 di Pfizer e 2,20 per Moderna, mentre gli Stati li pagherebbero rispettivamente 2, 15 e 25 dollari. Pure il Financial Times, una testata che non può certo considerarsi ostile al valore del profitto, ha puntato i riflettori sull’ “uomo dell’anno” Mr. Pfizer, Albert Bourla, 59 anni, il Ceo della ormai più potente azienda farmaceutica che indubbiamente sta salvando migliaia di vite umane. Bourla è più di un capo di stato, viaggia con un jet privato, è stato invitato al G7, alle Olimpiadi di Tokio ed è stato corteggiato da premier del livello di Naftali Bennett, che è riuscito ad ottenere il primo ingente quantitativo per immunizzare Israele, portato ad esempio per l’efficacia della lotta alla pandemia.

Sui circa 90 miliardi di dollari di profitti delle grandi imprese farmaceutiche, solo per la Pfizer si parla di 36 miliardi incassati nel 2021 e di altri 29 miliardi previsti per il 2022, sulla base di contratti già firmati. La Pfizer ha ridotto il prezzo a 6,75 dollari a dose per i paesi più poveri, mantenendolo tra 10-11 dollari per quelli a medio reddito. Ma il Financial Times denuncia un mercato di fatto oligopolistico, con una scarsa trasparenza sui contributi del sostegno finanziario pubblico e dei laboratori esterni a Big Pharma che realmente conducono le ricerche, e sui regimi di contrattazione. Il Sudafrica, ad esempio – il Paese che insieme all’India si è fatto promotore al Wto della sospensione dei brevetti – avrebbe ricevuto dalla Pfizer “richieste irragionevoli”, fra cui quella di costituire un fondo per coprire i costi di eventuali risarcimenti. Fatim Hassam, fondatrice dell’ente sudafricano Health Justice Initiative, ha dichiarato: “Un’azienda privata non può avere così tanto potere. I contratti dovrebbero essere pubblici, per capire quello che la Pfizer è riuscita ad ottenere in tutti i paesi del mondo”.

Qualche ultimo dato per ragionare sul da farsi: l’Organizzazione mondiale della sanità prevedeva di vaccinare con due dosi il 40 per cento della popolazione africana per la fine del 2021, ma per l’Unione Africana solo il 14 per cento ha ricevuto la prima dose, il 9 per cento ha avuto le due dosi, e la terza è stata somministrata allo 0,5 per cento. Il sistema delle donazioni, così come è stato organizzato sinora, non è stato sufficiente. Il 2022 dovrà essere necessariamente l’anno decisivo per la lotta al Covid: l’unico modo per aiutare il mondo è aiutare realmente l’Africa.