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Di JAMES HANSEN

Cosa c’è dei libri che fa venire la voglia di bruciarli? Ora si ri-bruciano quelli di J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, forse soprattutto per sfruttare la sua straordinaria notorietà. I sette volumi della serie sono stati tradotti in oltre 80 lingue e hanno venduto più di 500 milioni di copie nel mondo.
In un primo tempo i libri della Rowling finirono sul rogo per via del loro presunto carattere “satanico”— Harry è dopotutto un “maghetto”… Ora invece accade perché l’autrice è invisa agli attivisti della “rivoluzione transgender” in quanto esprime pubblicamente il parere che ci sia una fondamentale differenza biologica tra donne e uomini.

Al momento pare si brucino con particolare piacere i libri per ragazzi. Si hanno infatti notizie di una “purificazione con le fiamme” di una trentina di testi per i giovani organizzata dalle autorità scolastiche canadesi. Pare conterrebbero “rappresentazioni indegne” degli indiani nordamericani. Tra i testi ritenuti offensivi troviamo Tintin in America—in cui appare l’espressione “pellerossa”—e Asterix Conquers America—finito tra le fiamme a causa di un’immagine giudicata “eccessivamente sexy” di un’indigena. Potrebbe dunque “promuovere l’idea che le indiane siano di facili costumi…”

Il primo esempio conosciuto di questa particolare forma di piromania appare nel Vecchio Testamento, laddove si racconta di Ioiakim (634-598 a.C.), il 18° re di Giuda che, dispiaciuto per alcune previsioni infauste espresse in una pergamena del profeta Geremia, la gettò nel fuoco.

Dopo, fece arrestare l’autore…
La pratica fu portata a livello “industriale” dall’imperatore dello stato cinese di Qin, Qin Shi Huang-di (260-210 a.C.), l’unificatore della Cina. Avendo conquistato gli altri sei stati che andavano a formare l’Impero, ordinò che venissero bruciati tutti i testi di storia e di filosofia provenienti da fuori Qin, con l’evidente intento di segnalare che la memoria storica dovesse iniziare con lui. Prestò particolare attenzione alla soppressione delle opere di Confucio. Quando seppe che, malgrado la distruzione dei testi del filosofo, c’erano ancora degli studiosi che avevano mandato a memoria le sue opere, ordinò che 460 di loro venissero seppelliti vivi.
La deliberata distruzione della storia dei “conquistati” non fu solo una pratica cinese. Quando i romani saccheggiarono Cartagine, ebbero cura di bruciarne gli archivi. Ciò che sappiamo ora dei cartaginesi viene perlopiù da storici romani—che scrivevano con un occhio attento agli umori dei loro imperatori… Successe qualcosa di simile anche con la conquista da parte degli spagnoli dell’impero Azteco. Fecero un’enorme falò dei libri di quel popolo a Texcoco nel 1530. In tempi più recenti i casi vanno dall’indice dei libri proibiti del Vaticano ai volumi bruciati nelle piazze dai nazisti negli anni Trenta. Tuttavia, questo tipo di soppressione tende—forse paradossalmente—a far sopravvivere i testi. Sappiamo oggi, titolo per titolo, che i nazisti bruciarono circa 18mila libri di autori ebrei, comunisti, anarchici, pacifisti e così via—e che, perlopiù, i loro volumi sono ancora presenti nelle biblioteche del mondo.
La bibliofobia è, se non rispettabile, almeno molto antica. Ora però i vandali affrontano il problema della crescente obsolescenza dei libri cartacei. Mandare al rogo un “Kindle” non farebbe lo stesso effetto.