Sergio Mattarella (foto depositphotos)

Per disperazione forse, più che per convinzione, dopo aver bruciato una decina di nomi, l’ultimo quello di Elisabetta Belloni, lo stimato capo del Dis, Matteo Salvini, per la prima volta apre al bis di Mattarella: “Non può essere una scelta di ripiego, ma se quella è la via, ci si arrivi per convinzione”. La mette giù a modo suo, proprio lui che ha praticato, in pieno revival gialloverde con Giuseppe Conte, il “metodo Casalino”, come se fosse colpa degli altri: “Se l’unica risposta della sinistra è no, tanto vale dire a Mattarella, ripensaci”. Insomma, prepara l’inversione a U, fino alle parole definitive: “Riconfermiamo Mattarella e Draghi al governo”.

Ecco, è fatta, anche perché, in questa fiera della vanità a favor di camera, l’unico punto fermo è stata la voce del Parlamento che, votazione dopo votazione, ha iniziato a dare fragorosi segnali in tal senso. Salvini è Salvini, ma stavolta è definitiva. Costretto a una retromarcia, scegliere la riduzione del danno: Casini è difficilmente digeribile per il suo apparato comunicativo; su Draghi, come gli chiede il Nord, l’ha messa talmente alta che forse gli è difficile tornare indietro; su Mattarella che, essendo una sconfitta per tutti, annega le sue enormi responsabilità, e forse non è l’unico.

E che l’aria fosse questa si era capito dal mattino. Quando all’assemblea dei grandi elettori del Pd Letta ha raccontato come è andata: “Ci si era visti in mood interlocutorio, per cominciare a ragionare di nomi, ci eravamo riaggiornati per fare delle verifiche…”. E poi? “E poi Salvini è uscito col metodo Cassese, Massolo, quello ‘le carte le do io”, ed è chiaro che così ogni nome va sui un piano inclinato”. Ed è scattato l’applauso quando il segretario Enrico Letta ha pronunciato queste parole: “Noi tenteremo, fino all’ultimo, di cercare un’intesa che tenga assieme maggioranza per il Quirinale e maggioranza di governo, dopodiché c’è la saggezza del Parlamento da assecondare”. Già, la saggezza del Parlamento che annunciava una valanga per oggi, votazione dopo votazione con un sostegno trasversale al capo dello Stato uscente, come unica via per uscire dallo stallo senza mandare a casa il governo.

E qualcosa stava accadendo se, in contemporanea a Letta, dopo la riunione con i suoi Antonio Tajani annunciava: “Al vertice di maggioranza trattiamo da soli”, formalizzando così che si è consumata quantomeno sul terreno del Quirinale, una rottura con Salvini. Non è un mistero che il nome migliore per i centristi è quello di Pier Ferdinando Casini, ma nella notte è arrivata un’indicazione di Silvio Berlusconi sul Mattarella bis, qualora vi fossero le condizioni. Almeno lui, Casini, è uno che ragiona: “Il mio nome – ha dichiarato – solo se unisce”, e ti viene voglia di scrivere un elogio dei vecchi democristiani rispetto ai giovani cialtroni, in permanente diretta facebook.

Mica male, anche oggi. C’è Salvini che capitola su Mattarella, la Meloni che fa l’incazzata in servizio permanente effettivo e dice “basta, votiamo Nordio“, l’ultimo tentativo di Forza Italia, Renzi, iper-attivo, e i centristi per Casinii Cinque stelle pronti a far partire l’onda su Mattarella. Le coalizioni non ci sono più, l’asse gialloverde tra Conte e Salvini le ha frantumate. O ha solo frantumato l’ipocrisia di ciò che c’era e non si voleva vedere. Neanche i partiti sono messi assai bene, a partire di quello di maggioranza relativo dove ormai si capisce che ci sono due linee, due leader, una scissione annunciata. E c’è il Parlamento, dove è in atto un processo in parte spontaneo, in parte pilotato, pur sempre il cuore del sistema democratico.

Diciamo le cose come stanno. Non è un gioco, altrimenti l’interessato avrebbe potuto dichiarare che va bene tutto, ma “usate il mio nome invano”. È il primo a sapere che prima c’è l’Italia e già si sta rischiando di andare dentro un burrone. Neanche lui può sottrarsi se il Parlamento chiama.  Dunque qualcosa è partito davvero. Ed è un unicum nella storia della Repubblica: un Parlamento che elegge un capo dello Stato senza indicazioni esplicite dei partiti, almeno all’inizio, e senza la sua disponibilità. Se andassero tutti in processione al Colle forse rischierebbero di ricevere un no. Ma neanche Mattarella, una volta eletto, può rifiutarsi.