Pubblicato da Einaudi nel 1955, e più volte ristampato da altri editori, ritorna nel catalogo einaudiano un grande classico della fotografia: “Un paese” con immagini di Paul Strand e testo di Cesare Zavattini. Lo sceneggiatore italiano e il fotografo americano si recarono nel piccolo paese natale di Zavattini componendo un fototesto formato da immagini del paesaggio e ritratti degli abitanti di Luzzara e da didascalie descrittive. Zavattini narra le vicende degli stessi abitanti che lui conosce bene essendo nato proprio lì nel 1902, figlio di un pasticcere, in quel comune della bassa reggiana, il più settentrionale della provincia, in piena pianura padana, sulla riva destra del fiume Po prima di trasferirsi a Milano e quindi a Roma per diventare sceneggiatore, giornalista, commediografo, scrittore, poeta e pittore, il maggior autore del neorealismo italiano al quale si devono le sceneggiature di capolavori quali “Ladri di biciclette”, “Sciuscià” e “Miracolo a Milano”.

In totale Zavattini firmerà sessanta film diventando il simbolo di un’epoca di impegno politico e sociale. Quando decise di tornare al suo paesello di meno di 10 mila anime, nel 1952, si fece accompagnare da Strand, il quale scelse poi ottantotto fotografie in bianco e nero. Il progetto definitivo si doveva intitolare “Italia mia” e avrebbe dovuto illustrare episodi tratti dalla vita quotidiana del popolo italiano. La collana avrebbe dovuto ricalcare, inoltre, l’omonimo progetto cinematografico, dove ogni capitolo concentrava l’attenzione di un regista famoso per una particolare città: Eduardo de Filippo per Napoli, Luchino Visconti per Milano, Roberto Rossellini per Roma. “Za”, come veniva chiamato dagli amici, progettava di mandare in giro per la penisola, nei piccoli centri ma anche nelle città maggiori, dei giovani fotografi muniti di macchine fotografiche leggere e portatili, tipo Leica o Condor, per scattare immagini e raccogliere parole delle persone comuni: impiegati, contadini, balie, ferrovieri, disoccupati. In fondo erano gli stessi protagonisti dei suoi film, spesso fatti con gente normale.

Strand e Zavattini si conobbero nel 1949 durante un convegno internazionale tenutosi a Perugia sul tema “Il cinema e l’uomo moderno”Il quel periodo entrambi godevano di una grande notorietà, l’italiano come padre spirituale e politico del Neorealismo e il fotografo e videomaker statunitense quale maggior sperimentatore dell’immagine. Discussero il progetto decidendo di partire dalla bassa reggiana testimoniando insieme lo stato di un piccolo borgo e di una nazione in ripresa dopo le distruzioni belliche, le divisioni conseguenti alla nascita della Repubblica Sociale e la brutalità dei fascisti e dei nazisti. Il raffronto con la realtà di oggi viene immediato: lo scenario del fiume è più o meno identico, quello urbanistico di Luzzara è completamente cambiato. Il libro è con ogni probabilità lo spartiacque tra due epoche, quella post-bellica e quella del boom industriale. “Un paese” segna la fine del Neorealismo: la materia umana si stava evolvendo verso la modernità. Strand considerava quindi quest’opera una traccia della nuova sociologia visiva dell’Italia.

Il libro ha sostanzialmente tre protagonisti: Paul Strand e Cesare Zavattini, attori principali, e il team della casa editrice Einaudi composto da Giulio Einaudi, Giulio Bollati, Italo Calvino e Oreste Molina, attori secondari eppure decisivi, perché senza di loro il libro non ci sarebbe stato e non come è stato pubblicato: grafica, formato, carta, qualità di stampa. E’ dunque “Un paese” è considerato ancora adesso uno dei classici della storia della fotografia e del reportage sociale, definito dalla critica “un prezioso documento perché ha inaugurato una nuova modalità d’indagine e ricerca, aprendo inediti orizzonti sull’Italia minore del dopoguerra, storie raccontate dalla voce di un figlio di quella terra divenuto ormai celebre scrittore, sceneggiatore e regista di fama internazionale, indagate e descritte dallo sguardo di uno dei maggiori fotografi americani allora viventi”. Allo stesso tempo il libro esamina il passato, quello della tradizione contadina, in particolare di Luzzara e della Pianura Padana, in stretta relazione con la modernità, creando un dialogo tra passato e presente. Curiosamente il libro ha avuto un seguito, intitolato “Un paese vent’anni dopo” affidato agli scatti di Gianni Berengo Gardin uscito nel 1976. 

MARCO FERRARI