di Marco Lupis

I cannoni sparaneve sono in funzione notte e giorno; gli atleti sono pronti, pur nel timore di risultare positivi a uno dei continui controlli anti-Covid e vedere così ogni loro speranza olimpica infranta; le imponenti strutture sono state collaudate e ricollaudate: le armi affilate della diplomazia olimpica della Cina sono al lavoro ormai da tempo. Tutto è stato predisposto al meglio per l’apertura di Beijing 2022: le Olimpiadi più controverse degli ultimi anni.

Xi Jinping in persona – il leader più potente nel paese dai tempi di Mao Zedong – ha fatto grandi promesse al riguardo: queste Olimpiadi cinesi saranno “sicure e splendide”, ha detto in un videomessaggio indirizzato ai vertici del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale: “Il mondo sta rivolgendo gli occhi alla Cina e la Cina è pronta. Faremo del nostro meglio per offrire al mondo Giochi efficienti, sicuri e splendidi”. Ed oggi il mondo vedrà se gli impegni presi corrisponderanno a realtà. Ad azzerare i rischi di problemi non basteranno infatti né la perfetta organizzazione cinese della macchina olimpica, né le previsioni meteorologiche favorevoli, né il ferreo rispetto dell’isolamento di tutti i partecipanti alla kermesse, confinati all’interno della “bolla olimpica” anti-Covid. E probabilmente non basterà neppure il giro di vite opportunamente impartito ai dissidenti, che sono stati minacciati dalla Polizia politica di Pechino e la cui attività pubblica, specie sui social, è stata censurata una volta di più.

Le autorità hanno arrestato nelle scorse settimane due importanti attivisti per i diritti umani: l’avvocato Xie Yang e lo scrittore Yang Maodong, a carico dei quali è stata formulata l’accusa di “incitamento alla sovversione statale”. Un altro avvocato per i diritti umani, Tang Jitian, è scomparso a dicembre mentre si recava a Pechino in occasione di una giornata dell’UE per i diritti umani. Hu Jia, noto attivista per i diritti umani che vive nella capitale, a metà gennaio aveva dichiarato in un tweet che l’apparato di sicurezza dello stato cinese stava convocando attivisti in tutto il Paese per interrogarli e imporre loro di tacere “per non recare disturbo alle olimpiadi”. Lo scrittore Zhang Yihe e il giornalista Gao Yu hanno affermato di aver perso in parte o completamente l’accesso a WeChat, la piattaforma di social media più popolare in Cina. E i due accademici Guo Yuhua – sociologo dell’Università di Tsinghua, e He Weifang – professore di diritto all’Università di Pechino – hanno segnalato problemi simili. Il livello di controllo è tale, che all’interno dell’efficientissima macchina della censura online di Pechino, il termine ‘Olimpiadi invernali’ è secondo solo a ‘Xi Jinping'” nell’elenco dei termini “sensibili” da tenere sotto controllo e, se necessario, cancellare dal web. Secondo Human Rights Watch Asia, la situazione sarebbe molto peggiore di quella delle Olimpiadi di Pechino del 2008.

Restano i rischi di un boicottaggio sportivo dell’ultim’ora. Secondo il Washington Post, infatti, sono almeno due i team di atleti occidentali che sarebbero pronti a boicottare la cerimonia inaugurale. Non è chiaro chi siano questi “irriducibili”, né quale potrebbe essere la forma e la stessa l’entità della loro protesta. Diversi atleti hanno fatto circolare voci “carbonare” di un boicottaggio, ma al tempo stesso circolano sottopelle le preoccupazioni degli sportivi propensi ad adottare qualche gesto plateale di dissenso, che non sono pronti ad affrontarne i grossi rischi, che vanno dalle sicure sanzioni delle autorità sportive fino all’arresto da parte delle autorità cinesi.

I gruppi per i diritti umani di tutto l’Occidente hanno fortemente criticato il CIO per aver assegnato i Giochi alla Cina, ignorando il trattamento riservato da Pechino agli uiguri e ad altri gruppi di minoranze musulmane – che gli Stati Uniti hanno definito “un genocidio” – la spietata repressione di ogni forma di dissenso a Hong Kong, dopo l’imposizione della legge liberticida della “Sicurezza Nazionale”, lo stato di continua repressione religiosa e civile in Tibet e infine il bullismo permanente della Cina nei confronti della piccola e resistente isola indipendente di Taiwan.

Il presidente del CIO, Thomas Bach, ha ripetutamente difeso la scelta della sua organizzazione, affermando che il Comitato Olimpico non è un organismo politico e nel suo mandato non vi è quello di influenzare le azioni o le scelte degli stati sovrani. “In questi ultimi tempi abbiamo visto che nella mente di alcune persone i fantasmi dei boicottaggi del passato stavano alzando di nuovo le loro brutte teste”, ha detto Bach il quale, non contento, ha rincarato la dose affermando che “le nuvole nere della crescente politicizzazione dello sport si stagliano sempre più inquietanti all’orizzonte”.

Una cosa è certa: il dragone ha scommesso una posta altissima sul successo di questi Giochi, affrontando – e risolvendole felicemente – sfide tecnologiche, ambientali ed organizzative di tutto rispetto. Sei anni fa, quando Pechino ha ottenuto di ospitare le Olimpiadi invernali, il Governo istituì l’Ice and Snow Sports Development Program, un programma della durata quasi decennale (2016-2025) che sostiene e promuove gli investimenti nel settore sportivo invernale per le infrastrutture, la produzione di attrezzature e macchinari per la neve artificiale e per promuovere più in generale la cultura degli sport invernali, piuttosto carente in Cina fino a non molto tempo fa, tanto che, nel 2015, Il governo cinese si era prefissato l’obiettivo di coinvolgere ben 300 milioni di persone negli sport invernali. I risultati dell’ambizioso piano, almeno stando ai dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica cinese, non si sono fatti attendere: quasi 350 milioni di cinesi hanno praticato sport invernali da quando la capitale cinese è stata scelta per ospitare la fiamma olimpica nello Stadio nazionale di Pechino, la struttura costruita in occasione dei giochi estivi del 2008.

Il Governo cinese ha poi affrontato – e risolto brillantemente – le problematiche meteorologiche e ambientali. Sulle colline dove si terranno gli eventi, infatti, dal cielo cade naturalmente ben poca neve, anche in pieno inverno. Così, a tempo di record, sono stati costruiti e messi in opera enormi serbatoi per rifornire le macchine e i cannoni sparaneve che hanno consentito di coprire le piste da sci con un perfetto manto innevato, seppure artificiale. Per alimentare tutto il sistema, poi – in un’area geografica perennemente a corto d’acqua – il governo cinese ha progettato una vasta rete di condutture le quali, oltretutto, a sentir loro, garantiscono il pieno rispetto delle “emissioni zero”. Così, ormai da giorni, i cannoni sparaneve sono attivi giorno e notte per imbiancare non solo le piste, ma anche la vegetazione tutt’attorno, per garantire un perfetto “effetto neve” anche alle riprese delle telecamere delle televisioni di tutto il Mondo accreditate a Beijing 2022.

Tutto questo ha poi visto l’enorme impegno delle autorità sportive cinesi ad investire sugli atleti e sui team olimpici, tenuto conto che, fino ad oggi, la Cina non ha mai potuto vantare grandi risultati sportivi nelle olimpiadi invernali. La sua migliore prestazione risale ai giochi di Vancouver in Canada nel 2010, quando gli atleti cinesi si portarono a casa 11 medaglie, tra cui cinque d’oro. Molto peggio è andata quattro anni fa a Pyeongchang, quando la Cina ha vinto un solo oro, nella gara dei 500 maschili di pattinaggio di velocità, piazzandosi soltanto al 16esimo posto nel medagliere.

Questa volta Xi spera che la musica cambi, portando il dragone sulla ribalta mondiale degli sporti olimpici invernali. Allo scopo, ben 176 atleti faranno parte del team ufficiale cinese, il doppio degli atleti che hanno partecipato ai precedenti giochi invernali di PyeongChang in Corea. La delegazione cinese, formata da ben 387 membri, è la più grande nella storia della partecipazione del Dragone alle Olimpiadi invernali, con ben 131 atleti al loro debutto olimpico. Massiccia la presenza di allenatori stranieri: ben 51 su 78 quelli che alleneranno la delegazione cinese. Gli sportivi gareggeranno in 104 eventi di 15 discipline in tutti e sette gli sport invernali olimpici. Tra questi, poi, vi sono 20 atleti che fanno parte delle minoranze etniche cinesi, compresi tibetani e uiguri.

Il potente PCC, il Partito Comunista al potere in Cina ormai da più di 70 anni, si prepara a vincere anche questa sfida, malgrado le molte insidie. Sarà ben difficile, infatti, che queste Olimpiadi aiutino la Cina a mettere a tacere le molte critiche sulle politiche autoritarie adottate da Pechino. Ma questo, per Xi e i suoi, è solo un fastidioso dettaglio. L’importante è mostrare al mondo la prosperità raggiunta dalla Cina sotto il suo comando. Con buona pace di Uiguri, tibetani e hongkonghesi. E delle prossime, probabili, vittime del suo enorme potere: i taiwanesi.

Intanto a Pechino arriva Putin, che dichiara: “Russia e Cina hanno la stessa opinione sui problemi del Mondo”. Ed è accolto da Xi con mille onori, come primo capo di Stato che incontra di persona in due anni, come “amico della Cina”.