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Ho letto un piccolo gioiello della più recente letteratura italiana: “Tempo curvo a Krems” di Claudio Magris, libro in cui sono raccolti cinque suoi racconti che parlano del tempo, del trascorrere della vita, della vecchiaia, dell’intensità dell’esistenza, ma anche di amori giovanili e di baci del passato. Leggere Magris vuol dire – specie per chi vive all’estero – immergersi nella lingua italiana, per capire che – senza alcun dubbio – è la più bella del mondo.

Tra le cinque storie, la prima – “Il Custode” – sorprendente ed umana, è quella che più mi ha scosso e mi spinge a condividere alcune riflessioni sulla virtù del lavoro e la sua importanza per definire la nostra identità. Il protagonista è un anziano, oggi vedovo, che emigrò a Trieste dalla Moravia: divenne negli anni un ricco industriale abituato a dirigere le sue fabbriche e comandare, ma ora è un pensionato che passeggia per la città, osserva le cose, ricorda vecchi fatti.

Ogni giorno esce di buon mattino dalla villa, dove vive con il figlio, la nuora, il nipotino e il gatto Mitzi Matzi. In casa credono che vada in ufficio, dove ha conservato come presidente onorario delle sue antiche società un ufficio, ma solo per prendere un caffè e leggere il giornale, nulla di più. Cammina tra palazzi alti che nascondono la luce del sole e cerca di infilare strade parallele al mare e non quelle che lo tagliano in perpendicolare, per non trovarsi faccia a faccia con le onde del golfo.

E’ un uomo che ha conosciuto il potere, ma ora ha venduto le sue società e dal potere si è staccato, perché preferisce l’anonimato, la solitudine, la riflessione. Ogni mattina esce presto e cerca di restare fuori casa a lungo. Ma non va nel vecchio ufficio; la lunga camminata conclude davanti alla guardiola della portineria di un palazzo. E’ lì che – senza che nessuno in casa lo sappia – è riuscito ad essere assunto come custode.

Se – come dice Magris – con la vecchiaia si restringono gli spazi di libertà, il protagonista scopre nel piccolo spazio della portinería, la dimensione della sua libertà. Non ne è stato costretto, é la sua una decisione di un uomo libero. Come custode, continua ad essere un uomo attivo, energico: saluta gli inquilini, sta attento ai cani che non sporchino i pianerottoli, consegna un pacco all’avvocato del terzo piano, aggiusta con un cacciavite una targa che pende storta sulla cassetta delle lettere, decide di scrivere all’amministrazione perché la porta dell’ascensore è tutta scrostata e via di seguito. E’ insomma un lavoratore in piena forma, che gode di quanto fa. Ha riaffermato nel nuovo lavoro la sua identità di persona, perché non gli va di vivere da pensionato e sa che solo il lavoro – qualsiasi lavoro, ricco e povero, importante o modesto – ti restituisce una vera dignità.

Un racconto, una volta letto, appartiene in qualche modo anche al lettore, che ne trae dallo stesso le proprie riflessioni. Qualcuno potrebbe interpretare il personaggio costruito da Magris come quello di un uomo in piena crisi di senilità, che comincia a dare un po’ i numeri. Il senso della storia per me è un altro. Quell’uomo, oggi pensionato e ieri potente ed abituato a comandare, riscopre lo spazio della sua libertà nel lavoro: un lavoro che puó sembrare umile, ma che lui svolge con dedizione esemplare e iniziative continue, proprio perché capisce che solo nel lavoro è possibile alimentare davvero la vita.

Come ha sottolineato lo stesso Magris, la sua decisione non è dettata dalla volontà di fuggire o ritirarsi dalla vita, ma – al contrario – dalla voglia di vivere qualcosa di essenziale, di riassaporare le piccole gioie del quotidiano, quasi del tutto estranee ad un uomo avvezzo a dare ordini e che invece adesso, al tramonto della vita, intende dedicarsi all'”epifania delle cose immediate”.

Grande imprenditore o intraprendente portiere, la vita è tutta qui: amare il proprio lavoro e, come “il custode” di Magris, cercare di farlo sempre al meglio.

Juan Raso