PORTOFRANCO

di Franco Manzitti

 

Questo è il “ventre” profondo di Genova, un passo dalla Darsena, dove i carruggi, fitti come dedali si aprono sul porto vecchio, lungo la via Prè, mitica di storie di contrabbando e prostitute, dove il rispetto e le regole della “mala” nobile erano tali che vi regnava un “vicesindaco”, seconda autorità genovese dopo il sindaco vero, insediato a poche decine di metri dal regno “proibito” del suo alter ego.

Questo è l’ombelico del centro storico, che quell’arguta e poliedrica figura di don Gianni Baget Bozzo, reverendo prete, politico, testa fine di Curia, politica, Gesù Cristo, la Madonna e Craxi e Berlusconi. chiamava la “città antica”. 

 Qui in un gioiello restaurato apposta, che è la Commenda di Prè, chiesa millenaria, capolavoro architettonico “sommato” su più piani, luogo sacro dalle Crociate in avanti, oggi “circondato” dalle ondate migratorie, hanno inaugurano in questi giorni il Mei, il Museo Nazionale dell’Emigrazione, creando un link moderno tra decine e decine di generazioni che sono passate lì sotto, sfilando su quelle che erano le banchine portuali storiche, dalle quali partivano i bastimenti. 

Prevalentemente per le “Meriche”, come si diceva allora. Così questo “ventre” profondo, tecnologizzato, mediatizzato, collegato con le teche Rai e con quelle dell’istituto Luce, diventerà una specie di “contro sponda di Ellis Island a New York, ma anche di tante altre sponde del pianeta dove la rete dell’emigrazione e dell’ immigrazione,  è stata gettata nella storia infinita delle trasmigrazioni dei popoli.  

A cominciare dal Mar de La Plata, con le sue rive argentine e uruguayane, dove quei bastimenti arrivavano dopo viaggi eterni, spesso, avventurosi, spesso tragici, costellati di naufragi….  

Sono riuscite, le anime di questo progetto, Fabio Capocaccia, già grande manager di Ansaldo, del Porto genovese e presidente della Fondazione e Giampiero Campodonico, direttore del Museo del Mare, a anticipare persino l’inaugurazione di questa specie di faro che si accende sui movimenti biblici dei popoli, che sono partiti da qua per il mondo, per qualsiasi orizzonte si sia profilato nel mondo, da quando la navigazione a largo raggio ha conquistato i mari.

 Ci hanno messo il cappello in tanti, dall’assessore alla Cultura regionale, Ilaria Cavo, ex giornalista Rai e Mediaset, allo stesso sindaco di Genova, Marco Bucci, ma lo spirito di un’operazione, che è veramente intercontinentale, è stato quello di questi due personaggi che hanno silenziosamente lavorato per anni in quel ventre genovese, riuscendo a ottenere finanziamenti in particolare dalla Compagnia di San Paolo per dare a Genova la funzione nazionale di celebrare l’emigrazione italiana con un museo multimediale e interattivo. 

Si tratta di un tema culturale, dove Genova conquista un primato.  Anche Capocaccia sottolinea questa funzione, ricordando che il nuovo Museo  sorgerà a due passi dalla Stazione Marittima, attirando i croceristi, che oggi sono il numero non indifferente di circa 3 milioni all’anno, solo nelle banchine di Genova e irradiando una zona strategica del centro storico. 

Il Cisei ( di cui Capocaccia è presidente) gestirà il centro studi e la biblioteca del nuovo museo, mentre la realizzazione pratica è curata dal Museo del Mare.

Secondo i dati del Cisei, che vuol dire “Centro internazionale di Studi sull’Emigrazione Italiana”, oggi grazie al web si raccolgono i dati di 3500 associazioni,  che si occupano di emigrazione italiana nel mondo. 

Una valanga che raccoglie una impressionante pluralità di voci e di storie importanti e conosciute, come gli episodi dolorosi: dai fatti di Aigues Mortes (1893) o della strage di Marcinelle (1856), passando per disastri minerari e naufragi.  

Ma nella memoria in espansione del Museo appena aperto ci sono anche storie di gente comune, che in Italia emigrava da Sud a Nord e viceversa, soprattutto nell’Ottocento. 

Oggi che le migrazioni dei popoli stanno ancora e sempre di più sconvolgendo il mondo, spinte da guerre, carestie, tragedie climatiche, questo riannodare il filo, andando indietro nel tempo, recuperando tutto, grazie alla digitalizzazione, piazza questo fulcro genovese in un ruolo molto centrale.

Va ricordato che in tanti partecipano a rimpinguare questa grande storia, come per esempio le numerose associazioni degli Italiani nel mondo, cui questo giornale è sempre così vicino.

Oggi basta entrare nel Museo genovese, trovare la postazione giusta e digitare su un computer i nomi dei propri cari antenati che magari cento o centocinquanta anni fa si sono imbarcati sui moli genovesi. 

Il computer risponderà subito, ricordando la data del viaggio, il nome della nave, il giorno e il porto dello sbarco. Scatenando emozioni fortissime.  

E’ successo, per esempio, digitando il nome della famiglia Bergoglio e il papa Francesco in un sua visita a Genova ha ricordato quel passaggio fondamentale per la sua vita, mentre gli mostravano la scheda dell’imbarco dei suoi genitori a  Ponte dei Mille, a trecento metri dal nuovo Museo.

Intorno a questo Museo, incorporato nella storica Commenda, che dal 1992 era già stata restaurata, potrebbe inoltre pulsare una nuova vita dell’intero centro storico genovese, dove si attendeva una nuova spinta per rilanciare un’area unica al mondo per la sua vastità e il numero dei tesori culturali e artistici. 

Dopo le geniali intuizioni di Renzo Piano, che per l’Anniversario numero Cinquecento della Scoperta dell’America aveva recuperato il Porto antico, i moli storici e dopo qualche provvidenziale insediamento della Facoltà di Architettura al suo interno, in un punto chiave, i carruggi genovesi avevano subito un po’ l’onda d’urto delle diverse fasi dell’immigrazione, prima dall’Est europeo, poi dall’Africa e dal 1990 in poi dal Sudamerica.  Ora il destino vuole che sia ancora un fatto comunque legato alla emigrazione-immigrazione ha poter cambiare i luoghi ombelicali di Genova. Tutta l’area intorno al nuovo Museo pulsa di novità. La mitica via Prè, un tempo turisticamente nota solo per un leggendario mercatino all’aperto,  ospita oggi una vera rivoluzione. 

Il sovrastante Palazzo Reale, oggi grande Museo, dove c’era la residenza genovese dei Savoia, al tempo del Regno di Sardegna, ha aperto le porte verso il basso, collegandosi di fatto con i carruggi, con la darsena e, quindi con il nuovo Museo. 

La strada, dove furoreggiavano i contrabbandieri di sigarette  e i venditori  di tavolette di cioccolato svizzero,  oggi ospita nuovi esercizi commerciali, pronti a accogliere i turisti e per esempio una fabbrica con negozio degli originali blue jeans, che come si sa, sono un prodotto originario genovese, i teli per coprire le merci a bordo delle navi, trasformati in capi di abbigliamento negli Usa e diventati forse l’indumento più popolare al mondo.