Primo Levi

 

 

di Juan Raso

Mi piace camminare per la Rambla di Montevideo, quell’esteso lungomare per me tra i piú belli del mondo, che mi ha consentito di sopravvivere durante i due anni di pandemia. Questa settimana ho deciso di camminare qualche metro in piú e ho raggiunto lo spiazzo sul mare nel margine Est del quartiere Pocitos, noto per il locale degli eventi Kibon. 

Non é la prima volta che mi siedo su una panchina in quello spazio che il Municipio della cittá ha denominato “Espacio libre Primo Levi”. Proprio mentre la nostra comunità va dimenticando il senso e l’importanza delle celebrazioni del 25 aprile, apprezzo che Montevideo abbia dedicato un luogo – in qualche modo legato all’idea di libertà – al nostro scrittore e pensatore. Primo Levi, torinese doc (nacque a Torino nel 1919 e ivi morí nel 1987) fue non solo autore di saggi, romanzi, racconti, memorie e poesie, ma anche chimico, partigiano e superstite dell’Olocausto.

Quello “spazio libero” di Montevideo sta a ricordare che Levi, partigiano antifascista, arrestato il 13 dicembre 1943  dai fascisti in Valle d’Aosta, fu inviato al tenebroso campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Riuscì a sopravvivere a quella dolorosa esperienza, con la forza e l’impegno di raccontare le atrocità viste e subite. Scrisse uno dei suoi libri piú memorabili – titolato “Se questo é un uomo” – proprio per narrare la sua terribile esperienza.

Per me, uomo di emigrazione e studioso del lavoro, Primo Levi è anche lo scrittore, e pensatore, che ha dedicato testi a riflettere sulla centralità del lavoro nella vita dell’uomo e il dolore profondo quando la disoccupazione o anche l’emigrazione obbligano ad un vero ostracismo sociale.  «Il rapporto che lega un uomo alla sua professione – scrive – è simile a quello che lo lega al suo paese; è altrettanto complesso, spesso ambivalente, ed in generale viene compreso appieno solo quando si spezza: con l’esilio o l’emigrazione nel caso del paese d’origine, con il pensionamento nel caso del mestiere». 

Le riflessioni sul lavoro como espressione dell’identitá umana attraversano la sua opera: dalle analisi sulla condizione di schiavitù imposta nel lager alla convinzione profonda di come «l’amare il proprio lavoro» possa costituire «la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra». I suoi pensieri sul lavoro – molto belli nel racconto della moderna Odissea del montatore di gru Faussone ne La chiave a stella – si nutrivano con la consapevolezza critica di chi ama nel bene e nel male il proprio lavoro. Proprio in quel libro scritto nel 1978, Levi unisce la sua idea sulla centralità del lavoro e la condizione di emigrante continuo del suo protagonista, un operaio giramondo altamente specializzato, trasferito continuamente in diverse aziende italiane sparse letteralmente nei 5 continenti. 

Cosí come attinse acute esperienze nel lager, Levi raccoglie il nutriente per scrivere sul lavoro nella sua intensa attivitá di chimico delle vernici presso la SIVA di Settimo Torinese. Non scriveva a caso; sapeva di cosa parlava.

Renato Portesi, ingegnere chimico che con lui lavorava, ricorda: “L’azienda era fornita di una mensa per gli impiegati e io ho avuto la ventura di consumare il pasto di mezzogiorno, seduto accanto a lui, per dieci anni. A tavola si parlava di tutto: di lavoro, di nostre esperienze personali, di letteratura, di scienza e di altro ancora. Inutile dire che possedeva l’arte di raccontare. A un tecnico che gli aveva narrato un episodio del suo lavoro lo ripagò con un racconto guadagnandosi la sua riconoscenza”.

Queste e tante altre riflessioni mi hanno accompagnato durante parte della mattinata, lí seduto sulla panchina della Spazio Libero Primo Levi, un uomo che visse una vita ricca e complessa, ma che mai avrebbe immaginato che un giorno a 12.000 chilometri di distanza dalla sua Torino, una cittá quasi sconosciuta – laggiú nel Rio de la Plata – avrebbe ancora una volta affiancato il suo nome ad un aggettivo che ricorda la libertá: “Espacio Libre Primo Levi”.