Maria Bellizzi

di Matteo  Forciniti

Dopo una vita passata a chiedere giustizia per il figlio “desaparecido” Maria Bellizzi ha ricevuto il titolo di cittadina illustre di Montevideo, un riconoscimento al suo lungo impegno in difesa dei diritti umani. La cerimonia si è svolta venerdì sera all’interno del teatro Solís con la partecipazione della prima cittadina della capitale uruguaiana, “la intendenta” Carolina Cosse, e un’esibizione musicale offerta dalla Orquesta Filarmónica de Montevideo.

97 anni, calabrese, Maria Bellizzi è una delle fondatrici del gruppo di madri e familiari dei detenuti “desaparecidos” in Uruguay. Da San Basile, piccola comunità albanese in provincia di Cosenza, la famiglia Bellizzi si stabilisce a Montevideo nel 1928. La vita di questa tranquilla casalinga e anche sarta all’occorrenza cambia improvvisamente il 19 aprile del 1977: suo figlio Andres Humberto, 24 anni, scompare nel nulla a Buenos Aires nell’ambito di quello che sarà più tardi conosciuto come il piano Condor organizzato dalle dittature della regione per perseguitare migliaia di oppositori politici.

Con grande tenacia e senza la minima esperienza di impegno politico, Maria diventa un’attivista unendosi al gruppo di madri e familiari che condividono con lei la stessa tragedia e a cui hanno tolto anche il diritto di piangere su un corpo: ¿Dónde están?, dove sono, è la loro unica domanda per chiedere giustizia, dalle prime denunce fatte al Consolato italiano di Montevideo fino all’apertura dello storico processo Condor a Roma nel 1999 dove a testimoniare va anche lei insieme all’inseparabile figlia Silvia. 

Nel 2012 il paese natale San Basile che conta 1000 abitanti e 3 desaparecidos in Sud America le dedica un emotivo omaggio con il “Largo desaparecidos” e una targa commemorativa verso i figli degli emigrati scomparsi nel nulla in quella terra lontana. Nel 2017 consegna una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita a Montevideo dove con poche e semplici parole racconta la sua storia: “Da quel giorno, nel 1977, è iniziata una battaglia senza sosta, nella denuncia e nella ricerca, dentro e fuori le frontiere, di notizie che ci portassero a conoscere il destino di nostro figlio. Io ringrazio con tutto il cuore quanto ha fatto e continuerà a fare la giustizia italiana per trovare la verità e condannare i colpevoli”. Le condanne arrivano quattro anni dopo con la sentenza di Cassazione che mette la parola fine al processo di Roma: è questo l’unico atto di giustizia ottenuto di fronte all’impunità dilagante che c’è stata invece in Uruguay e che -come ha sottolineato lei stessa durante la sua premiazione- ha riguardato “tutti i governi che si sono succeduti dal ritorno della democrazia dal 1985 ad oggi perché manca la volontà politica: lo Stato uruguaiano non ha mai voluto utilizzare i meccanismi necessari per andare fino in fondo per conoscere la verità”.

“Ci sono esempi di vita, di amore e di impegno che ci alimentano, ci danno energia, ci salvano nelle avversità e ci sfidano per il loro impegno verso la società intera” ha affermato Carolina Cosse al momento di rendere omaggio a questa instancabile donna calabrese con la cittadinanza illustre, “un riconoscimento che è un modo di dare con un piccolo granello di sabbia la nostra responsabilità”. “La cittadinanza illustre” -ha spiegato María Inés Obaldía, direttrice della Cultura per la Intendencia di Montevideo- “si acquisisce perché è la società che lo impone”.

“Ricevere questo riconoscimento è un grande onore” ha commentato l’omaggiata ringraziando le autorità e ricordando le altre madri dei “desaparecidos” che hanno lottato insieme a lei in questa lunga battaglia che non si è ancora conclusa.