di Matteo Forciniti

C’è una sensazione di trovarsi in un qualcosa di enorme quando si entra nella UAM, la Unidad Agroalimentaria Metropolitana, il mercato all’ingrosso di frutta e verdura più importante dell’Uruguay. Un anno e mezzo dopo la sua inaugurazione, quello che era stato presentato come il centro logistico di alimenti più moderno dell’America Latina assomiglia più a una cattedrale nel deserto che a un vero e proprio mercato invaso dal via vai di gente. Sono in tanti infatti i posti rimasti vuoti all’interno della mega struttura divisa in cinque aree nata su un terreno di 95 ettari nella periferia nord di Montevideo. È qui che dal febbraio dello scorso anno si è trasferita la grande catena di distribuzione dell’area ortofrutticola, forse il settore più italiano esistente in Uruguay: dopo 84 anni di onorato servizio il vecchio Mercado Modelo ha chiuso definitivamente i battenti, trascinato via dall’inevitabile progresso di una città cresciuta a dismisura.

Sono principalmente gli alti costi e i debiti che hanno fatto suonare l’allarme sulla UAM passata in poco tempo dall’entusiasmo alla desolazione. Un rapporto della Auditoría Interna de la Nación (AIN) diffuso nei giorni scorsi ha parlato espressamente di “rischi alti” in termini di “mancanza di sicurezza giuridica” e “insufficienza della capacità economica per assicurare in tempo e forma il compimento dei suoi obblighi finanzieri”. Detto ancora più chiaramente: i debiti mensili oscillano tra i 4 e i 6 milioni di pesos come ha ammesso Ignacio Buffa, sottosegretario all’Allevamento, Agricoltura e Pesca. Cifre ufficiose parlano del 40% dei produttori attualmente indebitati e il grande interrogativo sarà vedere se le imminenti scadenze nei pagamenti potranno essere rispettate o no. C’è un grande dibattito nella politica, a breve ci sarà anche un’interrogazione parlamentare al Senato per chiedere chiarimenti.

“È stato un cambio gestito male, la situazione per noi è pessima, non so se riusciremo a continuare a lungo”. Così parla a Gente d’Italia Miguel Di Pasquale della Granja Agropoli, il cui nome dice tutto. Iniziata negli anni settata dal padre nel dipartimento di Canelones, la continuità della tradizione di questa famiglia italiana oggi è a forte rischio e i motivi sono diversi come racconta il diretto interessato: “Prima pagavamo 20mila pesos al mese per l’affitto del locale, adesso 53mila. Il problema è che non si vende come si sperava, abbiamo perso soprattutto il piccolo commerciante quello che veniva a comprare 5 o 10 cassette. Noi per fortuna siamo in regola con i pagamenti ma se il 40% si ritrova oggi indebitato vuol dire che la situazione è grave. C’è un problema generale dell’alto costo della vita in Uruguay, i costi per produrre sono enormi. La realtà è che la UAM è stata solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso“. “Attualmente” -prosegue Di Pasquale- “la nostra attività è sostenuta dallo sforzo di due famiglie. Cerchiamo di continuare con la tradizione italiana di mio padre ma oggi il tutto è davvero insostenibile. Ci riuniremo a breve con i miei familiari per decidere se continuare oppure no. Abbiamo 3 impiegati, non è facile prendere delle decisioni ma onestamente così non ce la facciamo più” sostiene amaramente.

“Tutto quello che sta succedendo oggi io l’avevo previsto tre anni fa. Questa è la cronaca di una morte annunciata“. Cono Vallone, settantenne salernitano, ha fatto in tempo a ritirarsi proprio al momento del grande cambio con l’inaugurazione del nuovo mercato dopo aver fatto per più di cinquant’anni l’intermediario tra produttori e supermercati al Mercado Modelo. “Sono riuscito a vendere subito il locale nuovo che mi avevano dato alla UAM, io avevo già preso la decisione di ritirarmi dato che avevo capito subito il rischio che comportava questa nuova struttura. Per un locale come quello che avevo io se prima ci volevano 70mila pesos mensili di affitto adesso ne servono 140mila. Io glielo avevo detto subito agli organizzatori, con questi prezzi voi siete pazzi. La storia si ripete perché qualcosa di simile era successo anche negli anni trenta al momento dell’inaugurazione del vecchio mercato”. 

Cono Vallone

Noto per essere un apprezzato cantante alle feste della collettività, Cono Vallone parla a 360 gradi della situazione di un settore che conosce benissimo e che si ritrova in crisi perenne senza alcuna via d’uscita: “Questa della UAM è stata l’ultima grande mazzata per un settore che da tempo è troppo penalizzato. C’è innanzitutto un problema di crisi economica globale che si riflette sulla nostra agricoltura che -eccetto per quanto riguarda i citrici- non riesce a competere con i vicini Argentina e Brasile per esportare all’estero. Il passaggio alla Unidad Agroalimentaria inoltre è stato gestito male fin dal primo momento perché hanno messo persone incompetenti, incapaci di conoscere i bisogni della gente” questa la sua accusa. “Eccetto le 10-15 ditte grandi che ci sono, oggi tutti sono praticamente nella stessa situazione, i costi sono diventati insostenibili, vedremo come si riusciranno a pagare i debiti ma il panorama è abbastanza preoccupante. La maggior parte dei produttori sta con l’acqua alla gola”.

Questa però non è l’unica ragione del fallimento del progetto come osserva: “Il problema è anche politico con l’intervento della Intendencia di Montevideo che ha cercato continuamente di mettere le mani sul controllo del mercato che adesso si trova cogestito insieme al Ministero e ai produttori. Un altro fattore che ha penalizzato è la posizione della UAM, troppo lontana dalla città che vuol dire viaggi troppo lunghi che scoraggiano gli acquisti”. “Che un cambiamento fosse necessario era evidente a tutti dato che la precedente struttura era ormai troppo vecchia” conclude Vallone nel suo ragionamento. “Tuttavia, questa UAM è troppo grande per un contesto come il nostro, forse il 20% del suo spazio è innecessario e andrebbe tolto”.