Giuseppe Conte (foto depositphotos)

di Gabriella Cerami

Totò, Peppino e la malafemmina. Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola, abbondandis in abbondandum… La commedia pentastellata s’arricchisce della lettera più stramba del mondo. Ma almeno quella del De Curtis alla fine venne partorita. Questa di Peppino Conte non si sa. Non è bastata una nottata intera, e nemmeno una mattinata infinita, per mettere nero su bianco la non cacciata di Luigi Di Maio, il siluramento flop del nemico interno, l’epurazione mancata di quello che “ci odia e se ne vuole andare”. Le penne s’attorcigliano tra di loro, e sbattono e si incartano, il bianchetto e la gomma da cancellare imperversano – metti, togli, rimetti, ritogli – e le teste pensanti e scriventi del Consiglio nazionale M5S, dai vicepresidenti Gubitosa e Ricciardi, passando per Appendino e Bonafede, si affannano e si dilaniano per trovare le parole giuste ma niente: più scrivono e più cancellano.

Ricominciamo? E giù a vergare nuove righe pronte ad essere sostituite da altre in un balletto letterario che avrebbe fatto divertire un mondo Achille Campanile o Fruttero&Lucentini. Ma il fatto, in questo traffico impazzito di meningi e di penne (o meglio di tastiere) che non trovano la cosiddetta “quadra” o “punto di caduta”, come si dice in gergo, è che è maledettamente complicato sfiduciare un ministro degli Esteri in piena guerra e mentre si trova a Lussemburgo per il Consiglio europeo Affari esteri. La nota, che sarebbe dovuta arrivare nella notte, viaggia ancora sugli schermi dei cellulari tramite whatsapp. Il Consiglio nazionale grillino si sarebbe dovuto riunire via Zoom e invece si ritrova su un gruppo whatsapp: “Aspettiamo che la leggano tutti. Non c’è ancora la spunta blu”. E’ la cifra di ciò che sta accadendo.

E allora esce o non esce la nota contro il reprobo? Uscirà, chissà come e chissà quando. Chiara Appendino, il capogruppo alla Camera Davide Crippa e Alfonso Bonafede stanno cercando di mitigare alcuni passaggi più spinosi e più duri contro Di Maio che invece i vicepresidenti Gubitosa, Ricciardi e Turco vorrebbero inserire, come per esempio un invito a lasciare il Movimento 5 Stelle. Ma ciò comporterebbe una scissione che Crippa, in particolare, chiede e implora di evitare a tutti i costi.

Intanto però il presidente della Camera, Roberto Fico, ex amico di Di Maio, spara bordate contro Luigi. Il quale per evitare la guerra civile grillo-partenopea, per sottrarsi tatticamente alla nuova Guerra del Golfo, non dirama un comunicato contro il nemico. Lo fa attaccare dal suo portavoce, Peppe Marici, con tanto di comunicato firmato da lui. Di Maio non vuole attaccare direttamente una carica istituzionale, al contrario di quanto fatto dal presidente della Camera che si è infilato in una diatriba di partito scagliandosi contro il ministro degli Esteri, il quale non cade nella trappola e marca la distanza: “Io sono ministro e sto lavorando in Lussemburgo”, è questo il senso – gelido – della sua non replica che è una replica plateale e tutt’altro che di pace.

Quindi ecco le parole del suo portavoce: “Stupiti e stanchi per gli attacchi che diversi esponenti M5S, titolari anche di importanti cariche istituzionali, oggi hanno rivolto al ministro Di Maio, impegnato in questo momento a rappresentare l’Italia all’importante tavolo europeo del Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo, dove si sta discutendo della guerra in Ucraina. Il ministro Di Maio – scrive Marici – non replicherà a nessuno degli attacchi che sta ricevendo in queste ore. C’è un limite a tutto, ciononostante non si può indebolire il governo italiano davanti al mondo che ci osserva, in una fase così delicata”.

Lo scontro è ancora a livelli altissimi. Così come, per niente improntate a un pacifismo inter-stellare, sono state le parole di questa mattina pronunciate da un altro dei suoi fedelissimi, Gianluca Vacca: “Campagna d’odio contro Di Maio per uscire dal governo?”. Questo il sospetto dei dimaiani, che aspettano la lettera. Ammesso che si trovino le virgole e i punti e virgola.