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La Corte suprema americana ha cancellato il diritto all’aborto, revocando della storica sentenza Roe vs Wade del 1973 su cui si è retta finora la legalizzazione dell’aborto negli Usa. E arrivano i commenti anche da associazioni, attivisti, ginecologi e politici italiani pochi minuti dopo alla notizia della decisione statunitense. Si scatenano le tifoserie pro e anti aborto e in tanti aprono un confronto con la situazione italiana ed europea.

Quello che sta accendendo in Usa ricorda quello che è avvenuto nella Romania del dittatore Nicolae Ceaușescu, “che negò alle donne il diritto di aborto e vi fu in concomitanza un’impennata nelle morti di donne in età fertile”, ha detto all’agenzia stampa Ansa, Alessandra Kustermann, ginecologa, ex primaria ora in pensione della Clinica Mangiagalli di Milano, nota per le sue battaglie per i diritti delle donne. “La Corte suprema degli Usa – ha aggiunto – lasciando ai singoli Stati la libertà di applicare le loro leggi in materia di aborto, ha fatto ritornare indietro la popolazione americana al 1973. Dopo quasi cinquant’anni hanno negato alle donne americane di interrompere la gravidanza in sicurezza facendole ripiombare nella clandestinità”. E ha concluso che “scegliere di tutelare il diritto alla vita dell’embrione rispetto al diritto alla vita della donna, dimostra che gli Usa non sono un faro di libertà”.

Questa sentenza dimostra che i diritti “che sembrano acquisiti possono essere sottratti alle persone da un momento all’altro”, così in una nota Giulia Crivellini, tesoriera di Radicali italiani e promotrice della campagna “Libera di abortire”. Per questo, anche in Italia “è così importante continuare a difendere il diritto all’aborto”. Nel nostro Paese la legge 194 tutela l’autodeterminazione delle donne che, però, ricorda, “viene continuamente erosa dalle percentuali altissime di obiettori di coscienza e da numerose giunte regionali, come quelle di Marche e Abruzzo, che sfruttano le zone grigie della legge per impedire nei fatti l’accesso all’aborto rifutandosi, ad esempio, di seguire le nuove linee di indirizzo ministeriali sull’aborto farmacologico”. L’accesso all’interruzione di gravidanza, spiega, “anche a causa della poca informazione al riguardo, si può trasformare in un vero e proprio percorso ad ostacoli. A tal punto che il comitato europeo dei diritti sociali, organo del Consiglio d’europa, ha recentemente denunciato i gravi difetti del sistema italiano in tema di diritto all’aborto: il ministero della Salute da diversi anni non fornisce, neanche su richiesta, i dati aggiornati sulle violazioni dei diritti riproduttivi, sugli aborti clandestini e sulle conseguenze dell’aumento degli obiettori. Mentre attendiamo dalle nostre istituzioni segnali chiari a tutela delle donne, continuiamo a batterci perché la 194 sia rispettata e migliorata anche in nome e in solidarietà delle donne americane”, conclude.

“Una decisione attesa ma gravissima per la salute riproduttiva delle donne e soprattutto per il principio di uguaglianza dei diritti”. Ha risposto così la vice segretaria dell’associazione Luca Coscioni, la ginecologa Mirella Parachini, anche membro di “Amica – associazione medici italiani contraccezione e aborto”, interpellata dall’agenzia stampa Dire. “Per noi è davvero incredibile che ci possano essere politiche differenti nei vari stati con una larga maggioranza di politiche restrittive che penalizzano le donne che vivono negli stati che limitano l’accesso all’aborto. E questo soprattutto va a discapito dei ceti meno abbienti, delle donne di colore e di quelle che hanno meno accesso alla contraccezione”. Ora, secondo la ginecologa, alcuni segnali provenienti da “forze sovraniste ultra conservatrici anche in Europa, basti pensare all’Ungheria e alla Polonia, rischiano di seguire questa ingiusta decisione. Questo – sottolinea Parachini- significa che la battaglia per il diritto all’aborto non è mai conclusa”. Parachini per oltre quarant’anni è stata anche la compagna dello storico leader dei Radicali, Marco Pannella. Come avrebbe commentato secondo lei questa notizia? “Credo che non si sarebbe di certo scoraggiato di fronte alla necessità di andare avanti nella difesa dei diritti acquisiti”.

Anche Amnesty International esprime la sua preoccupazione e disappunto per questa “sentenza orribile” in un “giorno cupo nella storia dei diritti umani negli Stati Uniti”. A parlare con la Dire è Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. “Anni e anni di narrazione e di propaganda politica contro l’autonomia delle donne sul loro corpo, il loro futuro e il loro benessere”: da questo dipenderebbe la decisione della Corte Suprema. Secondo Noury, ora “cresce la prospettiva” per le donne che resteranno incinte di dover essere “costrette a portare a termine la gravidanza, arrivando magari a cercare di abortire di nascosto in modo non solo illegale ma insicuro” per la salute. La decisione della Corte “apre la strada a nuove criminalizzazioni dell’aborto a livello statale. Già nel 2021 abbiamo osservato un’ondata di leggi che negli Usa rendono l’aborto reato. In questo modo, gli Stati Uniti rischiano di entrare a far parte di quel gruppo di paesi come el Salvador o Malta, dove è impossibile abortire se non andando incontro a sanzioni giudiziarie”. È anche “incredibile” per il portavoce di Amnesty che “solo il giorno prima, la Corte Suprema ha annullato una delle poche leggi sensate in materia di possesso di armi nello stato di New York, che prevedeva che una persona, per girare armata in pubblico senza mostrare di essere armata, dovesse avere un valido motivo”. La morale di questa vicenda per il responsabile di Amnesty sembrerebbe dunque che “la Corte Suprema si prende molta cura delle persone che ancora devono nascere mentre se ne dimentica nel momento in cui poi nascono, senza preoccuparsi se rischiano di essere uccise”.

Reagisce subito anche il mondo della politica italiana. A partire dalla ministra alle Pari opportunità, Elena Bonetti, che ha detto all’Ansa che “l’abolizione di Roe versus Wade avrà
l’effetto di far ripartire l’aborto clandestino e porterà a viaggi disperati e pericolosi per le donne. È una decisione che lascia sgomenti, che ferisce la dignità e i diritti delle donne”. E Mara Carfagna, ministro per il Sud e la Coesione territoriale, su Twitter scrive che dopo questa sentenza “non abbiamo bisogno di nuove guerre culturali. Per fortuna in Italia la 194 é solida e nessuna forza politica la mette in discussione”.

Il gruppo Pari opportunità del Movimento 5 stelle, attraverso una nota, commenta che “con la sentenza della Corte Suprema che cancella il diritto all’aborto, gli Stati Uniti compiono un salto indietro di 50 anni. Si tratta, purtroppo, dell’ultima manifestazione di un’inquietante tendenza oscurantista presente non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa e in tutto il mondo e che in Italia conosciamo molto bene. Un attacco alla libertà, come l’ha definito Barack Obama, ma anche un attacco alle donne e al diritto all’autodeterminazione”. Anche in Italia, continuano, “purtroppo il diritto all’aborto è sotto attacco: oggi per una donna abortire, cioè esercitare il proprio diritto a ottenere una prestazione sanitaria prevista dallo Stato, è sempre più una corsa a ostacoli, considerando che in alcuni ospedali e consultori la percentuale di medici obiettori è del 100%. Senza dimenticare le numerose regioni governate dal centrodestra dove non sono mancate iniziative volte a limitarne l’accesso”. Quanto sta accadendo negli Stati Uniti “ci ricorda che l’aborto è un diritto su cui è necessario vigilare e bisogna lottare per difenderlo. La legge 194 è una conquista per il Paese, in Italia non permetteremo un ritorno al passato” concludono.

Il presidente della commissione Giustizia e deputato M5s Mario Parentoni pensa che questa sia “una sentenza talebana , negare il diritto delle donne all’aborto non è concepibile in una società democratica che si auto definisce avanzata e liberale”. E si augura che “i movimenti per i diritti civili alzino la voce sia negli Stati Uniti sia in Europa dove dobbiamo respingere con decisione queste pulsioni reazionarie”.

Il segretario di Più Europa e sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha scritto su Facebook che “l’ideologia sovranista e reazionaria di Trump ha portato l’America dove non si pensava potesse arrivare, la cancellazione dopo cinquant’anni della facoltà di abortire. I sovranisti al potere, anche in Europa e dentro l’Ue, mettono sempre e subito e nel mirino i diritti civili e in particolare, oltre a quelli delle persone Lgbti, quelli delle donne. Potremmo discutere sul perché, ma è così. La società aperta ha molti nemici, si possono fermare e sconfiggere con il voto”.

Diversi i commenti che arrivano dal Partito Democratico. Lia Quartapelle, responsabile Esteri del Pd, intervistata dall’agenzia stampa Dire, dice che “oggi è una giornata bruttissima. Avevamo sempre pensato che i diritti delle donne potessero progredire e invece purtroppo non è così. I diritti delle donne non sono garantiti per sempre”. Questo però, aggiunge, “non ci toglie la voglia di combattere, dagli Stati Uniti all’Afghanistan, anzi la rafforza”.

In una nota Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del comitato della Camera sui diritti umani nel mondo, ha scritto che “quanto accaduto dimostra ancora una volta che i diritti non sono per sempre, ovunque – anche in italia – c’è il rischio che partiti e movimenti reazionari possano arrivare a minare le libertà e l’autodeterminazione delle donne, come prevede la loro agenda politica. È Fondamentale quindi non abbassare la guardia per evitare questa deriva. Oggi le donne americane sono state punite per il sol fatto di appartenere al proprio genere. È Successo negli stati uniti, dove l’affermazione dei movimenti femministi ha rappresentato un modello di riferimento a cui ispirarsi. Una allarmante marcia indietro”.

Anche Dario Parrini, senatore del Pd e presidente della commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama pensa che questa decisione, “sul piano democratico e dei diritti civili” rappresenti “un grave regresso, che lascia attoniti e sgomenti. Un brutto segno dei tempi. Un velenoso colpo di coda dell’infezione di reazionarismo ideologico e illiberale generato dal trumpismo”. Si tratta di “un pessimo esempio di cosa può capitare in un organismo di garanzia costituzionale composto in gran parte da giudici culturalmente retrivi nominati da presidenti di destra (per la precisione sei su nove: tre da Trump, uno da Bush padre e due da Bush figlio; gli altri tre – Sotomayor, Kagan e Breyer, che hanno reso pubblico il loro dissenso dal verdetto – sono stati nominati due da Obama e uno da Clinton; quella di giudice costituzionale negli usa è tra l’altro una carica vitalizia)”.

Romina Mura (Pd), presidente della commissione Lavoro della Camera ha scritto su Twitter: “Indietro tutta verso un passato illiberale e oscurantista che schiaccia la libertà di scelta delle donne. I frutti avvelenati del trumpismo e della peggiore destra”. Per Cecilia D’Elia, deputata del Pd e responsabile parità della segreteria nazionale, si tratta di una “decisione sconcertante, che Lede la libertà e l’autonomia delle donne. Da oggi non solo le donne ma gli usa sono meno liberi. Questo dimostra che i diritti non sono mai al sicuro e vanno difesi ogni giorno”. E Alessia Morani, deputata del Pd, su Facebook aggiunge che “la corte suprema fa piombare gli usa nel medioevo dei diritti”. Ogni volta “che diciamo che i diritti conquistati possono essere messi in discussione, diciamo la verità e quello che la destra è capace di fare purtroppo oggi è sotto gli occhi di tutto il mondo. Quanto sta succedendo in usa riguarda da vicino anche noi, come mostrano le assurde parole pronunciate dalla presidente di Fdi, Giorgia Meloni, appena pochi giorni fa al comizio di Vox in Spagna”.

La decisione della Corte Suprema “ci riporta direttamente al secolo scorso. Un giorno triste per tutti. Soprattutto per tutte le donne. È grave che ci sia qualcuno in Italia che sta esultando per una decisione che fa perdere tutele e diritti alle donne. Ed è ancora più triste che sia un uomo a dire cosa è giusto per le donne”, ha commentato la presidente dei senatori del Pd, Simona Malpezzi. Nelle sue pagine social il senatore leghista, Simone Pillon, ha definito la sentenza della Corte Usa che abolisce il diritto all’aborto una “grandissima vittoria”.

Perché Pillon, noto anche per le sue posizioni anti-abortiste, ha subito commentato la notizia e scrive su Facebook: “Ora portiamo anche in Europa e in Italia la brezza leggera del diritto alla vita di ogni bambino, che deve poter vedere questo bel cielo azzurro. Lavoreremo per questo, senza metterci contro nessuno ma restando dalla parte delle mamme, dei papà e dei loro bambini”.

Il segretario della Lega, Matteo Salvini, si è limitato a dire: “Credo nel valore della vita, dall’inizio alla fine, ma a proposito di gravidanza l’ultima parola spetta sempre alla donna”.

Arriva un commento anche dal Vaticano. “Il parere della Corte mostra come la questione dell’aborto continui a suscitare un acceso dibattito. Il fatto che un grande Paese con una lunga tradizione democratica abbia cambiato la sua posizione su questo tema sfida anche il mondo intero”. Così la Pontificia Accademia per la Vita. “Non è giusto che il problema venga accantonato senza un’adeguata considerazione complessiva. La protezione e la difesa della vita umana non è una questione che può rimanere confinata all’esercizio dei diritti individuali, ma è invece una questione di ampio significato sociale”. Dopo 50 anni, “è importante riaprire un dibattito non ideologico sul posto che la tutela della vita ha in una società civile per chiedersi che tipo di convivenza e di società vogliamo costruire”. La Pontificia Accademia per la Vita si unisce alla dichiarazione dei vescovi statunitensi sulla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti. Come hanno dichiarato l’arcivescovo H. Gomez e l’arcivescovo Lori: “È un tempo per sanare le ferite e riparare le divisioni sociali; è un tempo per la riflessione ragionata e il dialogo civile, e per unirsi per costruire una società e un’economia che sostenga i matrimoni e le famiglie, e dove ogni donna abbia il sostegno e le risorse di cui ha bisogno per mettere al mondo il suo bambino nell’amore”. Si tratta quindi “di sviluppare scelte politiche che promuovano condizioni di esistenza a favore della vita senza cadere in posizioni ideologiche aprioristiche”. Questo significa anche “assicurare un’adeguata educazione sessuale, garantire un’assistenza sanitaria accessibile a tutti e predisporre misure legislative a tutela della famiglia e della maternità, superando le disuguaglianze esistenti”. Ma occorre anche “una solida assistenza alle madri, alle coppie e al nascituro che coinvolga tutta la comunità, favorendo la possibilità per le madri in difficoltà di portare avanti la gravidanza e di affidare il bambino a chi può garantirne la crescita”.
Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la Vita sottolinea che “di fronte a una società occidentale che sta perdendo la passione per la vita, questo atto è un forte invito a riflettere insieme sul tema serio e urgente della generatività umana e delle condizioni che la rendono possibile; scegliendo la vita, è in gioco la nostra responsabilità per il futuro dell’umanità”.

Esulta anche il movimento Pro Vita. “Una decisione storica quella della Corte Suprema usa che, stralciando la sentenza ‘Roe vs Wade’ del 1973, lancia un messaggio di vita a tutto il mondo: tutelare i nascituri e il loro diritto umano inalienabile di venire al mondo è il primo e più importante compito che uno stato civile deve portare avanti, per il bene della società, di tutte le donne e dei bambini stessi”, ha commentato Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & famiglia onlus. “Ora gli altri stati occidentali, in primis l’Italia, prendano esempio: la Corte Suprema ha rovesciato una giurisprudenza decennale dimostrandoci che nessuna sentenza o legge, per quanto durature, sono intoccabili, come invece molti vogliono farci credere in merito alla legge 194/78 sull’aborto. Politica, istituzioni e associazionismo italiano inizino ora, subito, senza indugi, lo stesso cambio di paradigma per quanto riguarda la 194, proponendo una normativa che davvero sia a sostegno della vita e della maternità e non dell’aborto”.

Plauso anche di Mario Adinolfi, presidente nazionale del Popolo della famiglia: “È una giornata importante per il diritto e per il diritto alla vita”. Una decisione “storica”, ma “non ci si faccia fuorviare da inutili drammatizzazioni ordite da interessi precisi. Semplicemente ora decideranno democraticamente i singoli Stati come regolamentare l’aborto, non sarà obbligatorio consentirlo fino alla 24esima settimana (bambino di 6 mesi, totalmente formato) come finora era prassi negli Usa”. E aggiunge che “noi del Popolo della Famiglia non possiamo che esultare. È stato posto un argine all’orrore per cui negli Usa ogni cinque bambini concepiti uno veniva ucciso nel ventre materno. Finalmente il diritto universale a nascere prende forma”.