Matteo Salvini (foto depositphotos)

di Elisabetta Gualmini

Si chiude la legislatura più pirotecnica della storia di Italia e si torna laddove si era iniziato: nelle mani dei populisti stregoni, con la scimitarra in mano, pronti a sbattere e ad abbattere tutto e tutti compresa la figura più autorevole di cui il nostro paese disponeva, ingurgitata dalle fauci di Conte e Salvini, affamati come il lupo di Cappuccetto Rosso.

Ha vinto l’antipolitica, hanno vinto i populisti, a cui si accodato un decadente Berlusconi, per interposta Ronzulli, che non ha nulla da invidiare alla Raggi dei tempi d’oro. Ci eravamo illusi che la conversione dei Cinque Stelle guidata dal Conte-di-governo e la conversione del Salvini ridimensionato dagli elettori e consigliato dai governatori avessero azzerato il solco tra populisti anti-sistema da un lato e forze politiche pro-Europa dall’altro. Ma il primo ha cominciato a sbandare consegnandosi mani e testa alla Casalino & associati. Il secondo si è fatto prendere dalla smania di competere con Meloni e riprendersi i gradi da ministro dell’Interno.

Non durerà, perché certo non si possono presentare di fronte agli elettori insieme e nel prossimo Parlamento conteranno poco (Salvini) o niente (Conte). Ma per un pomeriggio che è bastato a fare più danni di un anno a Palazzo Chigi, hanno rimesso le lancette dell’orologio al 2018, ai (ne)fasti del governo gialloverde, in condizioni molto peggiori. Una democrazia dei partiti molto più fragile e friabile, un paese con un debito pubblico esorbitante e sul piano economico tenuto in piedi con gli spilli, un paese incazzatissimo sul piano sociale, con salari che scendono invece che salire o almeno stare fermi, e prezzi vertiginosi per qualsiasi cosa, dal pane alla brioche, dalla pasta alla benzina.

Il fatto poi che i tre capitani di ventura che hanno affossato Draghi come nulla fosse siano anche accomunati da una simpatia mai troppo nascosta per Putin rende ancora meglio l’idea di una democrazia sotto attacco, data per scontato e quindi molto vulnerabile. I viaggi segreti di Salvini dall’amico Putin per “dare una mano”, la venerazione di Berlusconi verso Vladimir considerato un “dono del Signore” e i legami del partito di Conte con Russia Unita, sino alla battaglia per fermare l’invio di armi in Ucraina, confermano la benevolenza verso un regime autoritario in cui tutto è più semplice perché decide uno solo e si evita la noia della democrazia.

Col senno di poi forse Mario Draghi poteva evitare di andare allo showdown, davanti a partiti e leaderini che lo vedono come il fumo negli occhi (vedi alla voce Presidenza della Repubblica). Il suo discorso è stato durissimo; botte da orbe sia alla Lega che ai 5 Stelle. Ho fatto cose bellissime (e ora voi volete distruggere tutto). Gli appelli della società civile mi hanno convinto a tornare (non voi). Siete pronti? Siete pronti? Siete pronti? Siete pronti? Non è stata una dichiarazione di amore e nemmeno un invito a prendere un tè coi pasticcini. Lo avevamo notato in diverse occasioni, questa difficoltà da parte di Super-Mario di digerire i capricci e le impuntature dei partiti; a Strasburgo in un discorso altissimo al Parlamento europeo Draghi non si trattenne e tuonò contro il superbonus dei 5 Stelle, che in effetti non c’entrava molto in quella sede. Questa durezza ha probabilmente facilitato la scellerata e patetica operazione di Conte, il leader che è riuscito a spezzare in tre il proprio partito, a gettare il biasimo della crisi proprio su Draghi e a far lievitare il malessere del centrodestra “di governo” a cui non è parso vero di potersi vendicare.

Ma probabilmente nulla sarebbe cambiato. E saremmo comunque qui. Con Paola Taverna, contenta di aver “sfonnato de brutto”, con Mariolina Castellone in preda al più infantile dei complessi di inferiorità, “togliamo il disturbo”, perché voi non ci volete. Con Salvini pronto a tirar fuori dalle tasche gli immigrati che invadono le coste e Berlusconi al traino, relitto del leader che fu.

A questo punto ci chiediamo che fine faranno i 200 miliardi del Pnrr, una mole di risorse mai vista nell’Italia repubblicana e concessa dall’Europa in nome della “affidabilità” del nostro governo o come usciremo dalla recessione che ci aspetta in autunno tra le bandierine dei partiti e un governo che non c’è. Nel frattempo, dobbiamo prepararci a una campagna elettorale estiva, surreale e velenosa, in cui bisognerà sgolarsi per spiegare che solo una democrazia sana, fortemente ancorata all’Europa, può fare al meglio gli interessi dei cittadini. Non leaderini con lo scolapasta in testa, né aspiranti barricaderi con tanto di pochette.