Dai tropici alle alte latitudini, dai Paesi in via di sviluppo alle nazioni più industrializzate, la biodiversità sostiene la vita di miliardi di persone, ma fino a quando? Il recente rapporto dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (Ipbes) sull’uso sostenibile delle specie selvatiche indica che circa un quinto della popolazione mondiale fa affidamento su piante, funghi, alghe e animali per il proprio sostentamento economico e alimentare. Eppure, con oltre un milione di specie in pericolo di estinzione, questo contributo della biodiversità al benessere umano potrebbe presto cessare di esistere.

“Dobbiamo trovare un equilibrio nell’uso delle specie selvatiche e per farlo abbiamo bisogno di un aiuto. Non si può più pensare di pianificare le strategie di conservazione senza includere il sapere tradizionale”, afferma Lorenzo Ciccarese, ricercatore dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e national focal point per l’Italia dell’Ipbes. Gli esperti, che per quattro anni hanno analizzato oltre 6.000 documenti scientifici sul contributo della specie selvatiche alle nostre necessità, identificano infatti l’inclusione delle conoscenze tradizionali e indigene nelle pratiche di gestione come una chiave indispensabile per raggiungere un uso sostenibile delle risorse.

I 14 tipi di miele dei Pigmei Baka – In tutto il mondo vivono oltre 400 milioni di persone indigene, distribuite in circa 90 Paesi. Popoli che hanno imparato a vivere in equilibrio con l’ambiente che li circonda, beneficiando delle risorse offerte dalla natura. Nel nord dell’Amazzonia brasiliana, gli Awá usano circa 300 specie di piante selvatiche per vari scopi e selezionano con cura gli animali della foresta da cacciare. In Africa, i Pigmei Baka della foresta pluviale del bacino del Congo mangiano 14 diversi tipi di miele, mentre i Boscimani consumano oltre 150 specie di piante. Ovunque nel mondo possiamo trovare esempi come questi. Sono questi popoli a poterci dare informazioni preziose su come usare in modo sostenibile la biodiversità e arrestarne il declino. Sono circa 50 mila le specie selvatiche che, attraverso diverse pratiche, forniscono cibo, energia, materiali da costruzione e medicinali a miliardi di persone.

Caccia, pesca e raccolta sono i principali usi che gli esseri umani fanno della specie selvatiche e circa il 70% della popolazione mondiale che vive sotto la soglia della povertà dipende direttamente da queste attività. Secondo il rapporto, piante, alghe e funghi rappresentano la principale fonte alimentare per un quinto della popolazione mondiale: oltre 120 milioni di persone al mondo vivono di pesca su piccola scala e quasi due miliardi e mezzo, in mancanza di accesso all’elettricità o a fonti energetiche alternative, dipendono dalla legna da ardere per cucinare. Questo avviene soprattutto in Africa, dove circa il 90% del legno consumato viene utilizzato come fonte di energia. Nonostante questi usi si concentrino maggiormente nel Sud del mondo, il contributo della biodiversità alle nostre necessità è globale.

Un business da 600 miliardi di dollari – “È sorprendente il numero di specie selvatiche con le quali, in qualche modo, abbiamo a che fare nella vita di tutti i giorni. La maggior parte di alimenti, medicinali, tessuti, cosmetici derivano dalla biodiversità. Anche la carta su cui scriviamo. Potrebbero essere decine le specie che ognuno di noi usa ogni giorno”, racconta Ciccarese. L’uso regolare delle specie selvatiche è molto più diffuso di quanto si possa pensare e non riguarda solo alcune parti del mondo. Si considera spesso che la raccolta di specie selvatiche sia un’attività che si svolge prevalentemente ai tropici e nei Paesi in via di sviluppo, eppure il rapporto stima che in Europa e in Nord America fra il 4 e il 68% della popolazione partecipa alla raccolta di queste specie. Attività che non è limitata solo alle aree rurali e si estende anche alle zone limitrofe delle aree più urbanizzate, soprattutto nell’Europa orientale.

“Esistono decine di specie selvatiche che fanno parte della nostra tradizione da secoli. In alcuni casi le specie selvatiche continuano ad essere raccolte in modo sostenibile, ma altre sono ormai domesticate perché legate a importanti risvolti commerciali”, continua Ciccarese. Le specie selvatiche, infatti, oltre ad essere associate a pratiche tradizionali e culturali, sostengono mercati da miliardi di dollari e rappresentano un’importante fonte di reddito per persone e Stati. Basti pensare ai farmaci che otteniamo dai diversi tipi di piante. Oppure al legname. Secondo i dati del rapporto, a livello globale, oltre due terzi del legname industriale, usato in gran parte nell’edilizia e per costruire mobili, deriva da specie arboree selvatiche.

L’importanza delle specie selvatiche per la nostra economia, inoltre, non si limita solo ad attività di tipo estrattivo. Sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, l’osservazione delle specie selvatiche nelle aree protette rappresenta uno di quegli usi “non estrattivi” che facciamo della biodiversità, con il turismo legato alla natura che era in grado di generare, prima della pandemia di Covid-19, oltre 600 miliardi di dollari ogni anno.

Il terzo commercio illegale al mondo – Ciò che emerge dal rapporto è che la biodiversità e le specie selvatiche sono cruciali per il nostro sostentamento e hanno un potenziale non riconosciuto per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile secondo l’Agenda 2030 dell’Onu, come povertà e fame zero, ma anche salute, educazione e parità di genere. Dov’è quindi il problema? Nel sovrasfruttamento. “Il nostro rapporto con le specie selvatiche si è alterato negli ultimi decenni. Ne facciamo un uso eccessivo che oggi possiamo considerare come una delle principali minacce alla biodiversità. Non sono risorse illimitate e hanno bisogno di determinati tempi biologici per recuperare e poter continuare a esistere”, dice Ciccarese.

Se è vero, infatti, che il commercio di specie selvatiche fornisce indotti economici ai Paesi esportatori e assicura redditi ai raccoglitori, è altrettanto vero che senza una regolamentazione delle catene di approvvigionamento il commercio globale di piante e animali selvatici sta aumentando pericolosamente la pressione sulla biodiversità, che già fa i conti con condizioni climatiche sempre più estreme e altri fattori di disturbo. Esistono circa 10.000 specie minacciate per le quali l’uso insostenibile sta rappresentando un fattore di rischio di estinzione e fra queste contiamo specie vegetali, con il 12% degli alberi selvatici minacciati dal disboscamento insostenibile, mammiferi, con circa 1.300 specie in pericolo a causa della caccia, e pesci, con il 34% degli stock ittici selvatici che sono sovrasfruttati.

Ad aggravare la situazione c’è anche il commercio illegale, che si inserisce in tutti gli usi che facciamo delle specie selvatiche. Da solo questo mercato muove ogni anno circa 200 miliardi di dollari e rappresenta il terzo commercio illegale al mondo. Il rapporto dell’Ipbes sottolinea, per esempio, come il commercio illegale, oltre alle catture accidentali, sia uno dei pericoli maggiori che stanno vivendo squali e razze di tutto il mondo, con oltre 400 specie già valutate in pericolo di estinzione a causa della pesca insostenibile.

Si è creato quindi uno squilibrio nell’uso che facciamo delle risorse biologiche, pericolosamente aumentato negli ultimi quarant’anni. Eppure, il modo di utilizzarle senza rischiare di far sparire migliaia di specie selvatiche ci sarebbe. Non si tratta infatti di isolarsi dalla biodiversità, ma costruire un sistema ecologico in equilibrio del quale saremo sempre parte. Diversi studi hanno dimostrato negli anni che gli antichi popoli delle foreste del Sud America, dell’Africa tropicale e del Sud Est Asiatico, riuscivano a vivere delle risorse, vegetali e animali, offerte dalla natura non solo in modo sostenibile, ma vantaggioso per l’ambiente stesso. È lì che va ricercato quindi il modo per arrivare a un uso sostenibile delle specie selvatiche.

“La gestione della biodiversità fa parte dell’esistenza di molte popolazioni indigene e comunità locali. Pratiche e culture diverse che condividono valori comuni come il rispetto della natura, l’obbligo a ricambiare ciò che viene preso, evitare gli sprechi, gestire i raccolti e garantire una distribuzione equa dei benefici offerti dalle specie selvatiche a tutta la comunità”, afferma Marla Emery, ricercatrice del servizio forestale del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, autrice e coordinatrice del rapporto.

Che strada prendere – L’inclusione nelle decisioni politiche delle conoscenze tradizionali dei popoli indigeni che maggiormente fanno affidamento sulla biodiversità, e sono in prima linea per la sua conservazione, è indicata dagli autori del rapporto come una chiave per arrivare a un uso sostenibile delle specie selvatiche. Questi popoli gestiscono con equilibrio pesca, caccia e raccolta su oltre 38 milioni di chilometri quadrati di territorio in 87 Paesi.

“Conoscono gli spazi, le specie e come mantenere in vita gli equilibri ecologici. Non è più pensabile tenere separate le scienze che si occupano di conservazione della natura dalle conoscenze tradizionali e questa necessità è uno degli aspetti più importanti che emergono dal rapporto”, dice Ciccarese. Eppure, oggi sono le voci meno rappresentate alle grandi conferenze internazionali e l’ultimo esempio è stato a Glasgow durante la conferenza sul clima, quando le delegazioni delle popolazioni indigene sono state escluse dai negoziati. In futuro, integrare il loro sapere con le moderne conoscenze scientifiche e tecnologiche potrebbe fare la differenza per la sopravvivenza delle specie selvatiche.

Per raggiungere un uso sostenibile della biodiversità è necessario poi un sistema di monitoraggio delle specie selvatiche, in grado di fornire dati certi e aggiornati sullo stato di salute della biodiversità globale. Elemento essenziale per non aumentare la pressione sulle specie maggiormente a rischio. Come evidenziano gli autori, oggi sappiamo per esempio che la popolazione di tonno rosso dell’Atlantico, gravemente minacciata negli anni ’80, si trova in buona salute e viene pescata a livelli sostenibili. Per molte altre specie però non abbiamo dati certi e, soprattutto in alcune regioni del mondo, anche una pesca su piccola scala potrebbe mettere in pericolo le popolazioni selvatiche. “Avere consapevolezza di come stiamo usando le specie selvatiche è essenziale per rivedere il nostro rapporto con la biodiversità, non considerandone solo il valore strumentale, ma anche quello intrinseco e relazionale” conclude Ciccarese.

Dell’uso sostenibile delle specie selvatiche si continuerà a discutere il prossimo novembre, quando gli esperti di conservazione e commercio internazionale e i rappresentati dei 183 Paesi firmatari della Convenzione sul commercio internazionale delle specie selvatiche (Cites) si riuniranno a Panama per la diciannovesima World Wildlife Conference. Conferenza mondiale dove verranno prese decisioni per raggiungere un commercio sostenibile e tracciabile della flora e della fauna selvatica entro il 2030.