DI SILVANA MANGIONE

...recitava un antico detto dialettale, semplice e chiaro. Una volta spente le luminarie, riportata la statua del Santo in chiesa, massaggiati i muscoli compromessi dal peso dell'effigie portata a braccia, si riponevano nella cassapanca l'entusiasmo e il rispetto per la sacra figura fino all'anno dopo. Questo è, in parole povere, quanto avviene alle consultazioni d'ogni genere che riguardano gli italiani all'estero. Dopo le elezioni dei Com.It.Es. ci si strappano i capelli perché pochissimi aventi diritto si sono iscritti agli elenchi per votare e tutti in coro urlano: "Bisogna togliere l'opzione inversa! Bisogna tornare al suffragio universale!". Parlamento e Governo sono apparentemente d'accordo, viste le dichiarazioni trasversali di tutti i partiti, ma non succede niente. Nessuno emana un decreto di un solo articolo che abolisca questo insulto alla ragione e nessun altro approva una leggina, di un solo articolo anch'essa, magari infilata nel carrozzone milleproroghe, per risanare la situazione. Gli effetti sono chiari: i Com.It.Es. eletti con percentuali che rimangono ben al di sotto non soltanto delle due cifre, ma nella maggior parte dei casi addirittura del 5%, con punte dell'1 e qualcosa per cento, non godono di una rappresentanza allargata. Dall'ultima tornata, che ha visto ringiovanire la media dei nuovi eletti di qualche decennio, le attività dei Comitati in troppi casi sono più appariscenti e volte alle luci del palcoscenico che alla sostanza dell'assistenza alle comunità. Peggio è quando si parla di consultazioni politiche, seguite fin dalla prima, tenuta nel 2006, dal coro di accuse ai brogli insopportabili e all'impossibilità che il voto per corrispondenza rifletta, senza orrori e reati, la volontà dei cittadini. Un esempio plateale, che questo quotidiano continua a porre all'attenzione del pubblico, è quello del pluri-impataccato di medaglie elettive Aldo La Morte, Consigliere e Vice Presidente Com.It.Es., neoconsigliere CGIE, deputato supplente   uruguaiano, il quale, in un video postato da lui stesso, ha °insegnato° al mondo a votare usando la scheda di un'elettrice e non la sua. Come ne sia venuto in possesso, non si sa. Che risultati avranno le molteplici denunce di questo reato ce lo dirà il futuro. Vero è che il personaggio in questione è ancora in sella e risponde con un muro di silenzio, protetto dai suoi adepti. Abbiamo capito che denunciare non basta. Che presentare un'interrogazione parlamentare, come quella recentissima del Senatore Roberto Menia, ha come risultato una risposta scritta che cita fedelmente tutte le norme che dimostrano perché il rispondente ha fatto il suo dovere. Non vogliamo accusare nessuno. Vogliamo soltanto, per l'ennesima volta, esporre al vostro ludibrio il folle rito applicato alle elezioni della "riservina indiana" di 4 senatori e 8 deputati concessa agli italiani all'estero, partendo dalla compilazione degli elenchi dell'elettorato attivo. La legge Tremaglia n. 459 del 2001, recita all'Art. 5, comma 1: "Il Governo, mediante l'unificazione dell'anagrafe degli italiani residenti all'estero e degli schedari consolari provvede a realizzare l'elenco aggiornato dei cittadini italiani residenti all'estero finalizzato alla predisposizione delle liste elettorali". Sembra facile, ma non lo è, perché in questa operazione sono coinvolti due Ministeri e 9.000 Comuni italiani. Sì, perché le sedi diplomatico-consolari mandano ai Comuni di riferimento le risultanze di ogni iscrizione agli schedari consolari, che i Comuni devono registrare nel proprio AIRE e inviare al Ministero dell'Interno. Quindi il Ministero degli esteri può tranquillamente dire: "Io il mio lavoro l'ho fatto. Se gli altri non fanno il loro, non ne sono certamente responsabile". Gli indirizzi scritti nel formato dei diversi Paesi vengono spesso storpiati lungo il percorso. Le uniche registrazioni sicure sono quelle dei pensionati che, per poter continuare a percepire la pensione, devono presentare ogni anno il certificato di permanenza in vita, con tutti i dati del dove vivono. Veniamo al voto per corrispondenza. Soltanto una mente malata poteva suggerire il bizantinismo del plico che arriva all'elettore. Le schede sono disegnate in Italia, con i colori scelti da una gamma elegante, non facilmente riproducibile da parte dello stampatore nei più remoti Paesi. Le sedi diplomatico-consolari devono emanare un bando. Le stamperie vincitrici (quelle che costano meno) devono arrabattarsi per stampare il tutto entro "ieri mattina", come si dice quando le cose devono essere fatte in fretta, anzi, in frettissima. Nel plico ci sono gli elenchi di partiti e candidati in lizza, le schede da votare, la bustina bianca nella quale inserire le schede votate per poi sigillarla, le istruzioni dalle quali bisogna ritagliare la striscia che contiene i dati dell'elettore per poi inserirla nella busta grande, da sigillare anch'essa, prima di spedirla, tenendo le dita incrociate nella speranza che arrivi in tempo, cioè entro tre giorni prima della giornata delle votazioni in Italia. Per mancanza di fondi l'affrancatura è di solito la meno costosa e, perciò, la più lenta. Non tutti i paesi hanno un servizio postale funzionante. Alcuni Paesi pretendono che le donne assumano il cognome del marito, mentre l'Italia mantiene il loro cognome ufficiale da "ragazza", che non compare mai sulla casella nella quale il postino deve infilare i plichi. Il già brevissimo tempo sancito per le elezioni in Italia viene quindi ridotto di almeno una settimana, se non dieci giorni, fra la stampa, l'invio e la ricezione dei plichi e altri 4 o 5 giorni, se non di più, per la restituzione. Se il plico non arriva si può chiedere un duplicato ma,per ovvie ragioni, bisogna andarlo a prendere in Consolato. Facile farlo in Liechtenstein, un po' più difficile in Paesi in cui il Consolato può distare anche qualche ora di aereo a carico del cittadino. Le buste con le schede votate vengono portate in Italia accompagnate da un responsabile consolare oppure da un Carabiniere distaccato alla sede e vengono consegnate al Ministero dell'Interno, responsabile unico delle operazioni di scrutinio dei voti provenienti dal mondo. Ma gli addetti a farlo non sempre conoscono le norme della legge sul voto all'estero. Dal momento della consegna il Ministero degli Esteri non ha più niente a che fare con le procedure elettorali. Tutto qui. Ma vi pare possibile che la paura di eventuali brogli abbia ispirato un meccanismo che spalanca le porte alla fiera dei brogli stessi? Vedremo insieme che cosa si può fare davvero per risanare il voto a monte e a valle, purché si cominci subito a cambiarne per legge le procedure. A presto. 

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