di BRUNO TUCCI

“Peccato: con Mourinho in panchina la Roma era riuscita ad andare fuori dal raccordo anulare”, scrive un giornale. “Si, è vero, ma anche fuori dai tituli”, risponde un altro quotidiano. E’ questa in fondo la storia del “mister one” catapultato a sorpresa all’ombra del Colosseo.

La tifoseria giallorossa in delirio, le previsioni da sballo, il sogno di uno scudetto – dopo tanta pena – diventava realtà. Il mister, da par suo, aveva immediatamente capito come si doveva comportare: un feeling doppio con la curva sud, platea storica dei fan giallorossi. Non aveva però compreso che la Roma poteva perdere tutto, tranne il derby con gli odiati cugini della Lazio.

Su questo particolare, non avrebbe trovato nessuno (o pochissimi) a difenderlo. Così è stato, perché Mourinho di stracittadine ne ha vinte solo una su quattro e l’ultima ha voluto significare essere esclusi dall’Europa League, il traguardo minimo che il mister si era prefisso.

Via, senza il minimo dubbio. Licenziamento in tronco, nemmeno gli otto giorni previsti per le collaboratrici domestiche. Tutto qui? Possibile che una sola partita possa portare a prendere  decisioni drastiche e imprevedibili? No, la verità ha anche altre sfaccettature che sarebbe imperdonabile non prendere in considerazione.

I motivi che hanno messo ko Mourinho sono principalmente due: la campagna acquisti e il gioco. Si potrebbe rispondere: che cosa c’entra lui con il mercato? E’ stretta riserva della società e del suo general manager. Non siamo di questo avviso e non lo è nemmeno quella parte della tifoseria che aveva cominciato a storcere la bocca.

Infatti, un allenatore che si rispetti ed abbia il carisma di Mourinho non può accettare che vengano prese tante mezze figure. In questo caso avrebbe dovuto alzare la voce, discutere anche in maniera aspra con la proprietà e dire chiaro e tondo che in simili condizioni se ne sarebbe andato sbattendo la porta.

Al contrario, il mister ha taciuto, anzi ha abbozzato ingoiando il rospo senza dire una sola parola. E’ chiaro che stando così le cose, i risultati o avrebbero tardato oppure non sarebbero mai arrivati. Però l’amore della curva sud per l’uomo del triplete con l’Inter ha vinto su qualsiasi altra dèfaillance.

Si coniugavano verbi tutti al futuro: “Vedrete, aspettate, abbiate pazienza”. Finché non è arrivata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la recente sconfitta con la Lazio che ha eliminato la Roma dalla Coppa Italia.

Chi non ha il cuore trafitto dal fascino di Mourinho mette in conto anche l’aspetto principale che ha portato alla defenestrazione del “number one”: il gioco. Si deve dire con estrema chiarezza: il mister non aveva saputo dare alla squadra quell’intelligenza tattica senza della quale è difficile fare risultati. Difetto di sempre: dal primo all’ultimo minuto in cui si è seduto sulla panchina dello stadio Olimpico. Passaggi corti, in linea verticale, esasperato possesso della palla che rimaneva spesso a centrocampo con i difensori giallorossi mai in grado di fare un lancio lungo capace di mettere in difficoltà gli avversari.

“Alle partite della Roma non mi diverto più”, commentava ad una radio privata un patito giallorosso a tutti i costi. “L’importante è prendere i tre punti”, rispondeva un altro. “A me di partecipare e basta non frega niente. Al diavolo De Coubertin”.

Sta di fatto che a convincere la proprietà americana è stato, oltre ai pochi risultati raggiunti, questo particolare e sempiterno atteggiamento di Mourinho: proteste, espulsioni continue, arbitri che non lo tolleravano più a discapito di una società che già doveva navigare in acque difficili. Così è tramontato il regno di un “santo della panchina”.

Male, non c’è dubbio, ma a Roma la sua ora era suonata da tempo ed è diventata un frastuono quando non si riusciva più a vincere un derby, la partita che fa da spartiacque tra il successo e la debacle. La tifoseria lo rimpiangerà? Chissà, forse. Con il tempo che cancella tutto.