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Oggi gioca l’Uruguay, quindi non me la sento di scrivervi cose troppo serie e impegnative. Mi rilasso un po’ e preferisco una nota di colore, vincolata come spesso mi accade alla memoria. Ci trasportiamo a Napoli, nel 1946. Non ero neanche nato, e mio padre e consorte (cioé mia madre) approdarono nel mese di aprile nel porto sormontato dal solenne ed insolito Maschio Angioino. Napoli era ancora in gran un ammasso di macerie, prodotto dai bombardamenti della guerra, specialmente nelle zone piú povere tra il porto e la ferrovia. L’incarico che da quel momento cominció a ricoprire mio padre fu quello di Console dell’Uruguay, che all’epoca appariva importante: non dimentichiamo che per la gente del Sud, l’Uruguay, dove giá vivevano parenti di tanti meridionali, era una terra di speranza.

Dovete sapere che in quel difficile 1946 c’erano ancora le truppe alleate (gli Americani, per intenderci) a Napoli e questi occupavano le migliori residenze della cittá, senza chiedere troppo permesso. Vi era una sola eccezione: si mantenevano lontano da quelle case affittate a diplomatici. Morale della favola: quando arrivava un diplomatico, c’era la fila per affittargli la casa a un prezzo simbolico. E quindi mio padre "per un pugno di dollari" si installó nella famosa Villa Matarazzo, proprietá di quella famiglia che aveva ramificazioni anche in Brasile. Fu solo un anno, che i miei genitori vissero in quella villa: poi le cose si andarono normalizzando e quindi anche loro andarono a vivere in un casa ragionevole a prezzo di mercato.

Villa Matarazzo - raccontava mia padre - aveva due piani e una vista splendida sul golfo con lo sfondo di Capri; una vista cosí solo la si puó godere da Posillipo. Ma come per tutte le costruzioni dell’epoca - incluse le grandi ville - il bagno era un luogo non importante nella vita quotidiana dei partenopei. E anche la Villa Matarazzo rispondeva a questa cultura di vita: grandi saloni, ma un unico bagno. Nelle camere da letto non vi erano bagni in suite, come oggi, ma soltanto i famosi "vasini" sotto il letto. A questo punto faccio una digressione: almeno nel Sud e fino ad entrati gli anni ’60 il bagno era sempre unico nelle case delle persone benestanti. Le sale da bagno al plurale cominciaron ad apparire nelle costruzioni a partire dalla fine dei ’60. Questo era per l’alta borghesia, perché per la maggior parte delle persone modeste non esisteva una abitazione adibita a bagno. Per i ceti bassi della popolazione, il bagno era uno spazio modesto della casa con una tazza da bagno bianca per "wc". Molte volte il minuscolo spazio era attaccato alla cucina (per via delle tuberie), separato solo da una tendina. E per lavarsi? Per molti, c’era il lavandino della cucina o recipienti in stagno o ceramica dove si versava l’acqua.

Sull’argomento "bagno" all’epoca vi era una grande differenza con l’Uruguay: mentre nella cultura meridionale ci si faceva il bagno non piú di una volta alla settimana, in Uruguay era giá da tempo giunta la cultura americana della doccia giornaliera. Quindi immaginatevi la sorpresa di mio padre quando in questa splendida Villa Matarazzo solo trovó un bagno, con una grande vasca, ma senza la doccia. Un uruguaiano all’epoca non poteva immaginare la sua giornata senza una rapida doccia appena sveglio o arrivata la sera: doccia giornaliera sí, ma senza perdere tempo nella vasca da bagno. Quindi uno dei primi problemi che il nuovo Console dovette affrontare nella ricca villa, fu quello di farsi la doccia. Mio padre era ingegnoso e non si tiró indietro davanti a quell’ostacolo. Cercó e trovó un "lattoniere", cioé quella persona che per mestiere lavora con le lamine di metallo.

All’epoca a Napoli lo si chiamava "lo stagnaio", perché in genere il metallo era propio lo stagno. E cosí mio padre, fuori orario, cominció a visitare lo stagnaio e con lui concepí un bidone di mediana grandezza, a cui fece aggiungere una specie di "soffione" bucato, con piccoli fori, che si apriva e chiudeva con una corda. Dopo due settimane l’ordigno era pronto e mio padre riuscí a farlo istallare sopra la vasca da bagno. Lo provó con vera soddisfazione: funzionava! Il giorno dopo, la signora che faceva le pulizie guardó sorpresa lo strano bidone appeso alla parete. Il "console" le si avvicinó e con pazienza spiegó a cosa serviva l’apparecchiatura di metallo. La domestica lo guardó con viva ammirazione e replicó: "Eccellenza, ma voi di mestiere fate pure l’inventore?". Mio padre sempre ricordava con un sorriso orgoglioso l’affermazione della modesta lavoratrice.

JUAN RASO