(foto Depositphotos)

Di Matteo Forciniti

Crescere ascoltando le storie di emigrazione è un destino comune a quello di tante famiglie italouruguaiane. Per Alicia Cano -giovane videomaker originaria di Salto- questa condizione è stato il motore per girare “Bosco”un documentario che racconta la vita e i ricordi di un minuscolo villaggio sospeso tra Toscana e Liguria destinato a scomparire e dove il tempo sembra essersi fermato. A vivere e resistere in questo paradiso naturale incontaminato della provincia di Massa Carrara oggi sono rimaste solo 13 persone, tutti gli altri sono morti oppure sono partiti per l’America come la famiglia del nonno di Alicia che si è stabilita in Uruguay nel periodo della prima guerra mondiale.

“Se chiudo gli occhi vedo dei paesaggi che non so se esistono” dice nel film Orlando Menoni che non aveva mai visitato il villaggio familiare eppure, attraverso i racconti, è riuscito a trasmettere alla nipote un “senso di appartenenza verso le radici” come racconta la regista a Gente d’Italia: “Sono cresciuta con le storie che mi raccontava il nonno. Conosceva alla perfezione Bosco ma tutto quello che sapeva lo aveva sentito dai suoi genitori. Da bambina ho costruito un’immagine mitologica di questo posto, erano le mie favole e per questo ho deciso di andare a vedere con i miei occhi quel luogo magico. Sono stata la prima della famiglia a tornare”.

Quello di Alicia Cano è stato un viaggio intimo che l’ha portata a vedere da vicino quel mondo tanto immaginato e a tornarci diverse volte negli anni, sempre accompagnata dalla telecamera. Da questa ricerca personale è nato il documentario -coproduzione tra Italia e Uruguay, MyBossWas e Mutante Cine- frutto di 13 anni di riprese e che recentemente è stato premiato al Festival dei Popoli come miglior film italiano.

“Le prima volta che sono stata a Bosco era il 2007” ricorda ancora con grande emozione Alicia. “Ho iniziato a girare un po’ di immagini ma non c’era ancora l’idea di fare un film. Nel 2014 invece i miei nonni perdono la casa e in quel momento ho sentito una perdita che non avevo mai sentito prima perché quella casa era la mia infanzia. Ho pensato allora di fare un film su cosa vuol dire casa ma, per altri progetti, ho dovuto aspettare quattro anni e nel 2018 ho iniziato  progetto andando a vivere a Bosco per alcuni mesi. Ho cercato di essere il più fedele possibile alla mia esperienza raccontando il paese attraverso i miei occhi”.

Nel suo lungo viaggio la documentarista ha visto praticamente sparire questo piccolo angolo della Lunigiana: “Nel 2007 c’erano 30 persone, adesso 13. Sono tutti anziani, questo è un luogo destinato a scomparire. Volevo mostrare come vivono le persone di fronte al tempo, al ricordo, alla perdita. Per me è un film sulla resistenza, ma anche su cosa rimane mentre le cose spariscono. I personaggi di Bosco ci insegnano a lasciare andare e a dire addio. Loro imparano e, in qualche modo, insegnano. Un altro aspetto che mi ha colpito molto è la natura con cui si vive un legame fortissimo: gli alberi stanno invadendo le ultime case”.

Nonno Orlando, che ha partecipato come interprete nel film, è morto a 104 anni pochi mesi fa. In tutti questi anni di riprese ogni volta che la nipote ritornava a Salto gli mostrava le immagini di Bosco che lui già conosceva solo con le storie che aveva sentito e che è riuscito a tramandare. Alicia porta sempre dentro il suo ricordo e proprio dell’Italia ha fatto la sua seconda casa dove si reca spesso per lavoro: “In Uruguay si dice che le nostre radici si trovano sulle navi perché siamo un paese di immigrati. Per me andare a Bosco ha significato cercare le mie radici”.

 


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