DI MARCO FERRARI

Da quando è stata istituita, nel 1980, la Biennale di Architettura di Venezia ha mostrato il lato provocatore del settore. Il titolo di quest’anno, “Come vivremo insieme?” (“How will we live together?”) è stato diviso in cinque le aree tematiche:   “Among Diverse Beings”, “As New Households”, “As Emerging Communities”, Across Borders” e “As One Planet”. Le prime tre sono collocate all’interno dell’antico Arsenale, le altre al Padiglione Centrale e ai Giardini, da tempo sede espositiva di grande fama e qualità nella città di San Marco. La scelta di Hashim Sarkis, architetto, docente e ricercatore, presiede della School of Architecture and Planning del Massachusetts Institute of Technology, ha messo a confronto centinaia di specialisti di tutto il mondo in un momento di emergenza sanitaria, ambientale e climatica quali la pandemia, il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci, l’attacco alle ultime etnie indigene, le migrazioni verso i paesi ricchi. La scelta di molti invitati è stata quella delle installazioni che risultano soddisfare le migliaia di visitatori previsti di qui al 21 novembre all’Arsenale e ai Giardini della Biennale, ma senza dare risposte concrete alle problematiche del pianeta. Grande attenzione è stata data al continente latino-americano perché qui le problematiche sono fortemente presenti in tutto il tessuto sociale. Non a caso i paesi sudamericani hanno puntato sui valori della socializzazione (casa, cucina, quartieri ecc.) quale elemento della convivenza tra etnie diverse. Anche in questo, però, le soluzioni proposte dai vari padiglioni del Sud America sono più artistiche che politiche. L’Uruguay ha scelto delle installazioni visive ai Giardini dal titolo “Próximamente”. Una prossimità che si ritrova soprattutto nella tavola, momento principale della socializzazione. “Nel corso della storia, - sostengono gli architetti uruguayani invitati alla Biennale - i tavoli hanno costituito strumenti di narrazione, diventando un potente simbolo di comunicazione in cui pubblico e privato, domestico e territoriale possono coesistere. Mentre un tavolo nero (un monumento commemorativo in onore della nostra storia nazionale e della nostra democrazia) è in costruzione in Uruguay, un tavolo bianco (un generoso strumento proposto come fosse screen-table, uno campo su cui praticare futuri “prossimi”) è arrivato a Venezia. Questo tavolo ci invita a sederci e prendere parte a dieci conversazioni umane, in un anno in cui la prossimità è entrata in crisi”. Così la mostra del padiglione del Paesito propone un insieme di vedute che, come saggi audiovisivi, nella loro esecuzione e allestimento mettono insieme finzione e proposte concrete, componendo un ipotetico atlante di spazi. All’ingresso dell’esposizione uruguayana troviamo questa scritta: “Ecco un invito a prendere posto, a immergersi in una conversazione e a farne parte in un momento in cui la prossimità umana è messa in crisi”. Il tavolo è dunque la risposta alla pandemia, il luogo dove ci ritroveremo presto per riprendere il filo della narrazione umana, gastronomica, letteraria, ludica o di semplice discussione. Lo stand uruguayano, commissario Silvana Bergson, è curato da Federico Lagomarsino, Federico Lapeyre, Lourdes Silva. Espongono: Eduardo Álvarez Pedrosian, Rafael Álvarez, Mariana Amieva Collado, Andrea de Aurrecoechea, Adriana Barreiro, Adolfo Batista Saravia, Silvia Bellizzi, Magdalena Bessonart, Verónica Caracciolo, Eduardo Carozo, Cristian Curbelo Cuervo, Cooperativa Covipedro, María De Lima, Bruno Del Puerto, Daiana Di Candia, Pablo Durán, Valeria España, Sebastián Estévez, William Falcon, Dina Fernández Chavez, Olivia Fonticelli Amieva, Fernando García Amen, Lydia Garrido, Alfredo Ghierra, Cecilia Giovanoni Pérez, Nicolás Guigou, Florencia Lindner, Elisa Llambías, Ana Laura López, Mae Wilma de Ogum Iyaonifa, Ifameji Odugbemi, Alejandro Mazza, María Noel Míguez, Sandra Nedov, José Luis Olivera, Lucho Oreggioni, Andrés Palermo, Ignacio Pardo, Cecilia Pascual Valverde, Lucía Pérez Pereira, Marcela Pini, Marina Piñeyro Rodríguez, Plan Ceibal, Cristian Rodríguez, Ramiro Sánchiz, Manuel Sclavo, Sandra Sifuentes, Carmen Silva, Willy Silva, Cristina Tirado, Daiana Torres Vargas, Marcos Umpiérrez, Carlos Varela, Fernando Foglino, Cristian Espinoza
Molto suggestivo, sempre ai Giardini, il padiglione brasiliano dedicato alle utopie della vita in comune che ha come commissari José Olympio da Veiga Pereira, la Fundação Bienal de São Paulo e come curatori Alexandre Brasil, André Luiz Prado, Bruno Santa Cecilia, Carlos Alberto Maciel, Henrique Penha, Paula Zasnicoff. Nel padiglione espongono Aiano Bemfica, Cris Araújo, Edinho Vieira, Alexandre Delijaicov, il Grupo de Pesquisa Metrópole Fluvial della Faculdade de Arquitetura e Urbanismo dell’Università di São Paulo, Amir Admoni, Gustavo Minas, Joana França, Leonardo Finotti, Luiza Baldan. Il tema è quello del muro: le installazioni esplorano le modalità con cui leggere, sfidare e infrangere i confini materiali e immateriali del Brasile e della sua architettura. Al centro del lavoro le proposte di Freespace, una sorta di provocazione per mettere in discussione le diverse forme di muri che strutturano, su più scale, il territorio brasiliano, ma anche per ripensare i confini disciplinari propri dell’architettura e la sua relazione con gli altri campi del sapere. I curatori hanno istituito un comitato multidisciplinare e invitato un gruppo di consulenti a partecipare alla creazione della mostra. Noti professionisti indipendenti da tutto il Paese, insieme a studiosi impegnati nella ricerca, hanno avuto uno scambio di idee con il team dei curatori per creare i disegni cartografici su larga scala esposti nel padiglione. I dettagliati disegni di “Walls of Air” rendono visibili le forme di separazione spaziale e concettuale che sono il risultato dei processi di urbanizzazione susseguitisi in Brasile. Oltre alle dieci grandi cartografie esposte, il padiglione presenta, nella sala d’ingresso, disegni e modelli di 17 progetti architettonici da nove città brasiliane. I progetti, disegnati da giovani o da già affermati architetti locali, riflettono la possibilità di concepire l’architettura come mezzo per riconcettualizzare le barriere all’interno delle nostre città. Scrive l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro: “Un tempo si credeva che il Brasile fosse il paese del futuro e tutto doveva essere ancora costruito. Oggi costruire nuovi edifici non è la necessità più impellente. Ripensare le infrastrutture, a cui conferire nuove e molteplici funzionalità con disegni più adatti alla fruizione collettiva e riqualificare estesi complessi costruiti nelle aree centrali e in processo di degrado sono le nuove sfide”.

“La casa infinita” è il tema scelto dall’Argentina con commissario Juan Falú e curatore Gerardo Caballero. Nel suggestivo scenario dell’Arsenale i visitatori incontrano una successione di spazi indefiniti che serpeggiano lungo un muro. Quel muro deriva da una manipolazione geometrica della tradizionale casa popolare argentina. Ogni visitatore sperimenta tante case quanti percorsi sceglie. Nel padiglione viene presentata una selezione di progetti architettonici argentini in cui gli spazi comuni hanno un ruolo fondamentale nel modo in cui ci relazioniamo e scegliamo di vivere insieme.

Il padiglione cileno, curato da Emilio Marin e Rodrigo Sepulveda, intitolato “Testimonial spaces”, negli spazi dell’Arsenale, è un vero e proprio collage artistico: 500 artisti con altrettanti quadri. Un lavoro collettivo tra pittori, storici e comunità sul quartiere José Maria Caro, un barrio che comprende il comune di Lo Espejo e parte di Pedro Aguirre Cerda, nel settore sud di Santiago de Chile, portandone alla luce passato, presente e futuro. Nei quadri ci sono uomini al bar, partite di calcio, serate al cinema, litigi, incidenti, aggressioni. “Immagini che portano alla luce il passato e il presente di chi vive nella comunità” spiegano i curatori, un sobborgo nato alla fine degli anni ’50 per accogliere i nuovi cittadini arrivati dalle campagne. Un ritratto di come si vive insieme, nonostante tutto ciò che ha passato il Cile.