DI SERGIO MENICUCCI

 

Lui c’era. Con la sua Olivetti 22. Per tanti anni. Cronista al Messaggero, inviato in Italia e all’estero, poi inviato al Corriere della sera. Professionista dal 1959, laurea in giurisprudenza. Presidente dell’Ordine del Lazio per 18 anni. Il calabrese Bruno Tucci si è deciso a mettere per scritto le sue esperienze di giornalista che ha vissuto le varie fasi della trasformazione della professione e dell’editoria italiana. Ormai un decano del mestiere. Gli over cinquantenni di attività sono sempre di meno dopo un anno terribile di lutti che ha visto scomparire il mitico direttore dell’Ansa Sergio Lepri, il conduttore del Tg1 e presidente del Parlamento europeo David Sassoli, la voce Rai dell’atterraggio sulla Luna Tito Stagno, il maestro della cronaca Marcello Lambertini, la combattiva Silvia Tortora figlia di Enzo. Amava la professione che definiva “esaltante ma insieme delicata” perché il giornalista deve scrivere un fatto che il giorno seguente leggeranno migliaia di persone.

Almeno così era prima della rivoluzione dei computer, dei telefonini, dei social. Quando fu assunto al Corriere della sera il direttore Piero Ottone nel riceverlo nella stanza di Lugi Albertini a via Solferino gli fece una sola raccomandazione “usi la sua prosa mettendo soggetto, predicato e complemento e se deve aggiungere un aggettivo mi telefono”. Altri tempi. Era il 1978 alla vigilia della grande trasformazione tecnologica dell’editoria che passava dal sistema a piombo e delle linotype a quello delle macchinette e dei computer. La legge base dell’editoria venne varata nell’agosto 1981. Solo nel 2004 il Parlamento approvò la riforma del sistema radiotelevisivo che va sotto il nome di legge Gasparri.

La rivoluzione degli anni Ottanta fu la più profonda ma il cambiamento radicale avvenne a partire dagli anni Novanta quando il sistema della carta stampa entrò in crisi soprattutto in Italia per la caduta delle vendite in edicola (da 6 milioni al giorno a circa due milioni), l’aumento dei costi della carta e dell’energia, la crescita delle televisioni e delle notizie sugli smartphone. Bruno Tucci non solo ha vissuto queste esperienze ma ha trasmesso a migliaia di giovani che si avvicinavano alla professione un insegnamento “fare un’informazione sana, senza allarmismi o titoloni sparati per richiamare l’attenzione dei lettori meno accorti”. Da pensionato si è mantenuto in forma giocando a tennis nel mitico circolo di viale Tiziano dove molti colleghi lo incontravano per avere consigli, sbrogliare una pratica. Andando oltre i 60 anni di carriera Bruno Tucci ha iniziato ad accumulare un senso di sconcerto per alcune vicende che stanno coinvolgendo il mondo giornalistico a partire dal passaggio dell’Istituto di previdenza all’Inps dopo tante battaglie per l’autonomia al decalogo dei procuratori della Repubblica sulle modalità di informare i cronisti delle inchieste in corso. Per Bruno Tucci resta inviolabile il principio che nessuno possa mettere in dubbio quel che riferisce un giornalista in un pezzo di cronaca, in un reportage d’inchiesta.

È una questione di credibilità. La sua esperienza di guida di 21mila iscritti all’Ordine del Lazio è contenuta nel libro Come eravamo con prefazione del neo direttore del settimanale Oggi Carlo Verdelli. Un tuffo nella memoria, con quale amarezza e delusione, che comprende anche la rivolta di Reggio Calabria, i terremoti dell’Irpinia e della Basilicata, gli anni di piombo del terrorismo delle Brigate rosse responsabili tra gli altri omicidi di quello, nel maggio del 1980 sotto casa, dell’inviato del Corriere Walter Tobagi che si stava recando a piedi in redazione.