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di James Hansen

L‘avocado – con la ‘a’ davanti – è un frutto tropicale che, specialmente nei paesi anglosassoni, gode di favore tra gli appartenenti alla generazione ‘woke’ al punto che il suo consumo frequente è considerato quasi una sorta di dichiarazione d’appartenenza ideologica.

Il nome del frutto – tecnicamente una sorta di ‘bacca’ – deriverebbe, tramite lo spagnolo e poi l’inglese, da una parola in nahuatl – la lingua azteca – che significa ‘testicolo’, presumibilmente per la sua somiglianza alla forma e alla rugosità dell’organo maschile umano.

Oltre all’origine infelice del nome – e al fatto che sia effettivamente buono da mangiare – l’avocado per certi versi si adatta male agli ideali del principale pubblico di destinazione. È caro, perlopiù arriva da lontano – spesso in aereo da coltivazioni geograficamente molto distanti – è difficile da conservare e, soprattutto, richiede risorse notevoli per arrivare alla maturazione. Si stima, per esempio, che ogni singolo frutto consumi fino a 320 litri d’acqua nella fase di crescita. L’avocado è tutt’altro che ‘ecologico’.

Questi ‘difetti d’origine’ sono particolarmente marcati per gli estimatori del frutto in Inghilterra, un paese davvero poco tropicale. Ora però una designer di origine iraniana che lavora a Londra, Arina Shokouhi, ha pensato di risolvere il problema con la creazione dell’Ecovado, un succedaneo artificiale dell’avocado.

La sua versione è fatta con un impasto di fave e nocciole. La pelle rugosa è di cera e il ‘seme’ è una noce o una castagna. Shokouhi ammette che probabilmente sarebbe stato più semplice lavorare l’impasto con l’olio d’oliva, ma nemmeno quello viene prodotto in Inghilterra e farlo arrivare dall‘Italia avrebbe comportato un ulteriore aumento delle risorse necessarie per la produzione.