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di Alfonso Ruffo

Una recente missione della Regione Abruzzo negli Stati Uniti, per la regia della National Italian American Foundation (Niaf), dimostra una volta di più che non esiste testimonial migliore per il Made in Italy – comprendendo nella definizione anche l’importante settore del turismo – dell’italiano all’estero.

Di seconda o terza generazione, il connazionale i cui nonni o genitori hanno dovuto cercare fortuna altrove non ha affatto reciso le sue radici. E, anzi, nella maggior parte dei casi cerca motivi per rinsaldarle. Buone ragioni per essere orgoglioso del Paese d’origine. Se ben stimolato, fa volentieri da agente promotore.

Per potersene rendere conto non c’è modo migliore che verificare questa disponibilità andando sul posto. Se ancora una ventina di anni fa ci si sforzava di nascondere i natali per essere meglio accettati nella comunità di destinazione, oggi si assiste a un completo e convinto capovolgimento della situazione.

Dopo aver molto penato per emergere e uscire dalla condizione di paria nella quale erano spesso confinati, i nostri progenitori hanno rapidamente scalato la vetta sociale conquistando ruoli di responsabilità, potere, benessere economico. E anche se tutto questo è ben conosciuto sarà utile non darlo per scontato.

I sacrifici fatti allora e i risultati raggiunti oggi non possono riguardare soltanto i diretti interessati. Come altre nazioni hanno ben compreso, rinsaldare i legami tra chi è rimasto in patria e chi è dovuto andare via è il modo migliore per dare forza all’intero sistema che si nutre di collaborazione e ancor più di competizione.

Canali di accesso privilegiati, relazioni di primo livello e buone pratiche sono indispensabili per potersi più agevolmente affacciare sui mercati internazionali beneficiando del sudore e del lavoro – oggi anche della buona reputazione – di chi desidera di rendersi utile alla grande famiglia a cui sente ancora di appartenere.

Ancora meglio se tutto questo avviene di concerto con le istituzioni rappresentative (la rete delle ambasciate e dei consolati si è molto irrobustita sotto questo profilo) e delle agenzie di sviluppo come l’Istituto per il commercio con l’estero, oggi Ita, che sta migliorando la gamma dei prodotti e dei servizi disponibili.

Quello che più di ogni altra cosa manca per rendere virtuoso e fruttuoso il complesso degli interessi che in questo modo potrebbe generarsi è una generosa e reciproca fiducia tra gli attori in campo ciascuno ritenendo di potere e saper fare la propria parte a dispetto dell’inefficienza e dell’inconcludenza degli altri.

Questo strano atteggiamento, che conduce quasi sempre alla confusione se non alla paralisi, è ben conosciuto dai nostri concorrenti che si avvantaggiano di quello che potremmo definire il “complesso dei capponi di Renzo” soppiantando con un minimo di organizzazione la migliore qualità della nostra offerta.

Questa cattiva abitudine – ignorarci o calpestarci i piedi a vicenda – si unisce alla “sindrome di Calimero” per il quale ci consideriamo molto peggio di come gli altri ci vedono (solo i brasiliani ci battono in questa disgraziata classifica) svalutando le nostre capacità e il nostro ingegno con colpevole autocommiserazione.

Se imparassimo a volerci un po’ più di bene e sviluppassimo una giusta dose di amor proprio non saremmo secondi a nessuno al mondo. Bellezza, armonia, stile, eleganza e ingegno sono doti che ci portiamo dentro e che per qualche oscura ragione cerchiamo di comprimere come fossero altrettanti peccati da scontare. Una recente missione della Regione Abruzzo negli Stati Uniti, per la regia della National Italian American Foundation (Niaf), dimostra una volta di più che non esiste testimonial migliore per il Made in Italy – comprendendo nella definizione anche l’importante settore del turismo – dell’italiano all’estero.

Di seconda o terza generazione, il connazionale i cui nonni o genitori hanno dovuto cercare fortuna altrove non ha affatto reciso le sue radici. E, anzi, nella maggior parte dei casi cerca motivi per rinsaldarle. Buone ragioni per essere orgoglioso del Paese d’origine. Se ben stimolato, fa volentieri da agente promotore.

Per potersene rendere conto non c’è modo migliore che verificare questa disponibilità andando sul posto. Se ancora una ventina di anni fa ci si sforzava di nascondere i natali per essere meglio accettati nella comunità di destinazione, oggi si assiste a un completo e convinto capovolgimento della situazione.

Dopo aver molto penato per emergere e uscire dalla condizione di paria nella quale erano spesso confinati, i nostri progenitori hanno rapidamente scalato la vetta sociale conquistando ruoli di responsabilità, potere, benessere economico. E anche se tutto questo è ben conosciuto sarà utile non darlo per scontato.

I sacrifici fatti allora e i risultati raggiunti oggi non possono riguardare soltanto i diretti interessati. Come altre nazioni hanno ben compreso, rinsaldare i legami tra chi è rimasto in patria e chi è dovuto andare via è il modo migliore per dare forza all’intero sistema che si nutre di collaborazione e ancor più di competizione.

Canali di accesso privilegiati, relazioni di primo livello e buone pratiche sono indispensabili per potersi più agevolmente affacciare sui mercati internazionali beneficiando del sudore e del lavoro – oggi anche della buona reputazione – di chi desidera di rendersi utile alla grande famiglia a cui sente ancora di appartenere.

Ancora meglio se tutto questo avviene di concerto con le istituzioni rappresentative (la rete delle ambasciate e dei consolati si è molto irrobustita sotto questo profilo) e delle agenzie di sviluppo come l’Istituto per il commercio con l’estero, oggi Ita, che sta migliorando la gamma dei prodotti e dei servizi disponibili.

Quello che più di ogni altra cosa manca per rendere virtuoso e fruttuoso il complesso degli interessi che in questo modo potrebbe generarsi è una generosa e reciproca fiducia tra gli attori in campo ciascuno ritenendo di potere e saper fare la propria parte a dispetto dell’inefficienza e dell’inconcludenza degli altri.

Questo strano atteggiamento, che conduce quasi sempre alla confusione se non alla paralisi, è ben conosciuto dai nostri concorrenti che si avvantaggiano di quello che potremmo definire il “complesso dei capponi di Renzo” soppiantando con un minimo di organizzazione la migliore qualità della nostra offerta.

Questa cattiva abitudine – ignorarci o calpestarci i piedi a vicenda – si unisce alla “sindrome di Calimero” per il quale ci consideriamo molto peggio di come gli altri ci vedono (solo i brasiliani ci battono in questa disgraziata classifica) svalutando le nostre capacità e il nostro ingegno con colpevole autocommiserazione.

Se imparassimo a volerci un po’ più di bene e sviluppassimo una giusta dose di amor proprio non saremmo secondi a nessuno al mondo. Bellezza, armonia, stile, eleganza e ingegno sono doti che ci portiamo dentro e che per qualche oscura ragione cerchiamo di comprimere come fossero altrettanti peccati da scontare.