Giorgia Meloni (foto depositphotos)

di Ugo Magri

Giusto gli inconsapevoli non sanno che, accanto al presidenzialismo di destra, ce n’è uno di sinistra. Rappresentato all’inizio da mosche bianche come Riccardo Lombardi, Leo Valiani, Emilio Lussu, Vittorio Foa: tutta gente che aveva conosciuto l’esilio o le patrie galere, dunque nessuno poteva accusare nostalgie del Ventennio. Sostenevano che, per contrastare lo strapotere dei partiti, non era sacrilegio eleggere direttamente il capo dello Stato come si fa in America o (dal ‘62) in Francia. I compagni del Pci li guardavano con sospetto. Ma poi le cose cambiarono tanto che nel 2013, quando si parlò di aggiornare la Costituzione, l’intero gruppo dirigente Dem adottò come modello il semi-presidenzialismo “alla francese”. Unica contraria, Rosy Bindi; gli altri big entusiasticamente a favore, compresi Romano Prodi, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, lo stesso Enrico Letta. Per cui sarebbe grottesco se domani il Pd rinnegasse quella maturazione, equiparando il presidenzialismo al fascismo soltanto perché compare nel programma elettorale dei Fratelli d’Italia. O meglio: vi comparirà quando quel programma verrà messo nero su bianco, perché oggi risulta ancora in fase di progettazione.

Magari qualche vecchio camerata nostalgico vedrà nell’elezione diretta del presidente un primo passo verso chissà dove. Di questi soggetti in giro ce ne sono ancora. Ma Giorgia che desidera un capo dello Stato eletto dagli italiani di per sé non prova niente, non è la dimostrazione di nulla; tantomeno che lei aspiri ai duceschi “pieni poteri” (quello tra l’altro era Salvini, dopo qualche mojito di troppo ai tempi del Papeete).

Ciò premesso e chiarito, la materia è esplosiva. Da maneggiare con cautela e non con l’allegra baldanza della probabile futura premier. Che in questa moribonda legislatura ha presentato, quale prima firmataria, un progetto di riforma presidenziale scritto un po’ con i piedi. Nel senso che, a detta di vari studiosi, una rivoluzione di così vasta portata è stata risolta con una spruzzata di articoli senza riscrivere l’intera seconda parte della Costituzione: come se il passaggio da una Repubblica parlamentare a un’altra presidenziale si possa risolvere con pochi aggiustamenti, una ripitturata e via, la classica “romanella” come viene definita all’ombra del Cupolone. In realtà c’è un intero congegno di pesi e contrappesi da ripensare, incominciando dal ruolo delle autonomie, proseguendo con le nomine presidenziali nel Csm e nella Corte costituzionale, individuando nuovi complicati equilibri; senza di che l’Europa e il mondo intero ci metterebbero gli occhi addosso, stavolta giustamente allarmati. Come è avvenuto in Ungheria, dove il cattivo nome di Orban è derivato in buona parte da una disinvolta sottovalutazione del problema.

Il capo dello Stato da noi è figura di garanzia, una sorta di magistrato imparziale o addirittura di notaio per definizione “super partes” (anche se qualche volta ne abbiamo visti di ben al di sotto). Con un presidente eletto come in Francia o come negli States al termine di una campagna elettorale bestiale, chi svolgerebbe queste funzioni di garanzia? Sarà un caso, ma la proposta meloniana è stata silurata perfino da Forza Italia e Lega, che non erano ostili per partito preso. Altro interrogativo: una volta diventata premier, Meloni vorrà fare da sola o tenderà la mano alle opposizioni? Nel primo caso, possiamo scommettere, la svolta presidenzialista sarà terreno di scontro furioso. Ogni virgola diventerà una trincea, l’avanzata  faticosa come quella russa nel Donbass. Con l’aggravante che, finora, i tentativi di imporre a maggioranza una nuova Costituzione non hanno mai portato fortuna. Chiedere per conferma a Silvio (la “grande riforma” berlusconiana venne bocciata con referendum nel 2006) oltre che allo statista di Rignano (stesso destino dieci anni dopo). Insomma, prima di tentare delle forzature Giorgia ci rifletta per bene. Se viceversa vorrà procedere d’amore e d’accordo, dovrà rassegnarsi a trattare con gli avversari. Magari in una commissione bicamerale o in qualche altro sinedrio di cui la politica è madre instancabile. Avrà meno ostacoli ma impiegherà più tempo. Forse l’eternità.

Altra incognita da chiarire: cosa accadrà dopo la riforma presidenziale? Sergio Mattarella dovrebbe dimettersi, questo è sicuro. Sul piano personale non lo vivrebbe come un sacrificio. Ma non sarebbe l’unico a lasciare. L’intero Parlamento verrebbe sciolto per eleggerne un altro più in sintonia col nuovo presidente. Altri organi istituzionali, dalla Consulta in giù, vivrebbero un autentico terremoto. Le resistenze di ogni tipo sarebbero formidabili. Non a caso al presidenzialismo si arriva, di regola, dopo qualche shock che lo rende inevitabile. Per la Francia fu la guerra d’Algeria, altrove il crollo dell’Unione sovietica. Non si cambia sistema per il solo gusto di cambiare.

Ultimo dubbio: e se varato il presidenzialismo ci fosse ancora Draghi in circolazione? Cosa gli impedirebbe di candidarsi? In quel caso, quale fine farebbe la Meloni? Liberare la poltrona del Presidente per farsela soffiare da Super Mario dopo tutta quella fatica: quello sì sarebbe il colmo dei colmi.