Luca Ventre

La mattina del primo gennaio dello scorso anno Luca Ventre, un 35enne residente in Uruguay, trovava la morte in circostanze poco chiare dopo aver scavalcato il cancello dell’Ambasciata italiana di Montevideo. Come emerso dai video pubblicati dalla famiglia, l’imprenditore di origini lucane fu bloccato a terra per una ventinadi minuti da un poliziotto uruguaiano all’interno della sede diplomatica e in seguito venne portato all’Hospital de Clinicas dove venne constatato il decesso.

La prima versione, supportata dalle autorità uruguaiane, sosteneva che la morte fosse stata causata da un mix tra la cocaina che l’uomo aveva assunto nei giorni precedenti all‘evento e i farmaci calmanti che i medici gli somministrarono al momento dell’arrivo in ospedale

Di tutt’altro avviso fu invece la perizia della Procura di Roma che in seguito parlò espressamente di morte determinata da un’asfissia meccanica violenta criticando l’operato del medico legale (Natalia Bazan) e iscrivendo nel registro degli indagati il poliziotto responsabile della manovra (Ruben Dos Santos) con l’accusa di omicidio preterintenzionale.

Un anno dopo quella tragica vicenda non esiste ancora una verità condivisa tra Italia e Uruguay e la richiesta di giustizia appare sempre di più un miraggio.

L’arrivo di Luca Ventre in clinica

Da una parte ci sono le indagini della magistratura uruguaiana che attribuiscono al consumo di cocaina la causa della morte, dall’altra le indagini della magistratura italiana che vedono invece nel soffocamento violento l’unica causa di un episodio che ricorda quanto successo a George Floyd negli Stati Uniti.

Al di là del dolore di una famiglia che ha sofferto una tragedia ancora inspiegabile, il caso Ventre un risultato concreto lo ha già prodotto con un serio conflitto diplomatico tra Italia e Uruguay dato che la ricostruzione dei fatti è totalmente divisiva, piena zeppa di misteri e dubbi irrisolti. Dopo il caso Morabito una nuova grana pende adesso sui rapporti tra Roma e Montevideo che non sono poi così eccellenti come qualcuno vorrebbe far credere. Nello specifico, le magistrature dei due paesi stanno attivamente collaborando per far piena luce sui fatti? Gli accordi di cooperazione giudiziaria che erano stati firmati nel 2019 si stanno mettendo in pratica o sono rimasti -come spesso accade- lettera morta?

Caso Ventre, conferenza stampa alla Camera

Il fastidio dell’Italia è evidente. Nel giugno dello scorso anno il capo della cancelleria consolare di Montevideo Alberto Amadei era intervenuto accusando la magistratura uruguaiana di “poca disponibilità al dialogo verso i colleghi italiani”. In occasione dell’anniversario della morte di Ventre, come ha informato l’Ansail ministro degli Esteri Luigi Luigi Di Maio ha indirizzato una seconda lettera al suo omologo uruguaiano, Francisco Bustillo, in cui ha rinnovato l’auspicio per un’efficace cooperazione giudiziaria tra le due parti. Nella lettera, secondo quanto si è appreso, il ministro Di Maio “ha ribadito l’aspettativa che sia fatta piena luce sulle effettive circostanze in cui è avvenuto il decesso del connazionale e sulle eventuali responsabilità. A tal fine, ha chiesto che, nel dovuto rispetto dell’indipendenza delle rispettive autorità giudiziarie, si possa tenere pienamente conto delle risultanze dalle indagini prodotte grazie alla collaborazione tra inquirenti italiani e uruguaiani, affinché sia fatta giustizia sul caso”.

Oltre allo scontro diplomatico e alle responsabilità uruguaiane, l’altro punto fondamentale ancora da chiarire è il ruolo svolto dall’Ambasciata italiana di Montevideo che è stata fin da subito chiamata in causa dai familiari della vittima in quanto pesantemente coinvolta nella vicenda. “Il principale responsabile è l’Ambasciata” -affermava il fratello Fabrizio in un’intervista a Gente d’Italia. “Da parte loro ci sono stati solo silenzi e bugie dato che il loro unico interesse era togliersi un morto dalla propria sede”.

Matteo Forciniti